Se il pioniere del cinema in Italia è l’ennesimo emiliano dimenticato…

Accadeva molti, troppi anni fa. E, come spesso capita, ci sono episodi e personaggi meritevoli di rispetto che finiscono con l’essere inopinatamente dimenticati, talvolta assorbiti o divorati, al contrario di Saturno, dall’invenzione che loro stessi avevano contribuito a generare e plasmare.

Se quella fetta d’Emilia che tende la mano alla Lombardia e al Veneto non fosse stata colpita dal più devastante terremoto dell’ultimo mezzo millennio nella pianura padana, forse nel corso del 2012 non sarebbe passato inosservato il centoquarantesimo anniversario della nascita del pioniere del cinema italiano. Ma è un “forse” molto ipotetico…

Già, perché la stessa Mirandola nota in tutto il mondo per i natali di Giovanni Pico, convenzionalmente riconosciuto come l’autore di molte opere manifesto del Rinascimento, città balzata agli “onori” (e oneri) delle cronache nazionali per il sisma del 20 e 29 maggio di un anno fa, è anche la patria del misconosciuto “importatore” e diffusore della settima arte nel nostro Paese: Italo Pacchioni.

Com’è possibile? La “fotografia animata” nacque a Parigi in un freddo pomeriggio di dicembre del 1895. Papà Lumière mostrò ai figli Louis e Auguste e a un folto pubblico, presente al Salon Indien del Grand Cafè, una proiezione di dieci brevi film con un nuovo apparecchio chiamato cinèmatographe. Fu un successo.

L’anno successivo, era il 1896, il cinematografo dei Lumière cominciò la sua inarrestabile diffusione nel mondo. Accanto agli inventori (francesi) degli spettacoli sul grande schermo, si profila però un personaggio solitario, non meno importante nella storia della cinematografia internazionale. Se ai tanti cultori della settima arte il nome di Italo Pacchioni è pressoché sconosciuto, i “grandi” del mestiere abbassano il capo in segno di rispetto quando si nomina l’emiliano. Pacchioni, infatti, nacque a Mirandola il 29 marzo 1872 lungo l’isolato del Castello, al civico numero 55.

E’ considerato l’inventore del cinema italiano. Nella Città dei Pico, secondo doviziose fonti storiche, la prima proiezione cinematografica avvenne il 31 ottobre 1896. Figuriamoci lo stupore dei primi spettatori! E gli applausi che rivolsero al loro concittadino. Tuttavia, ci si chiede come fece l’abile mirandolese a conoscere il segreto della famosa macchina dei Lumière…

La domanda è essenziale poiché nella Francia del 1895 vigeva l’assoluto e invalicabile divieto alla vendita e all’affitto del prezioso strumento. I Lumière, insomma, avevano il copyright sull’invenzione.

Pacchioni, però, non si fece scrupolo più di tanto e, assieme al fratello, raggiunse Parigi, con l’intento di non tornare in patria finché non avesse trovato ciò che cercava. Nelle sue vene scorreva sicuramente l’arte cinematografica. I tanti “n’est pas possible” non lo scoraggiavano e, infine, tornò a Mirandola vittorioso. Nella Ville Lumière, infatti, riuscì a procurarsi alcuni pezzi fondamentali per la costruzione della macchina, che vide e studiò dal vivo approfonditamente.

Il buon Italo fu così il secondo inventore del cinematografo, che, pur richiamando il principio di funzionalità dei Lumière, differiva da quest’ultimo in taluni particolari costruttivi, ma soprattutto per il fatto che era stato concepito per riprese cinematografiche, potendo scorrere in essa due pellicole affiancate e in perfetto sincronismo tra loro.

Dall’invenzione alle proiezioni il passo fu breve. Escludendo, infatti, la potente famiglia francese, che intanto aveva acquistato notorietà anche fuori dai confini nazionali, il solitario Pacchioni fu l’unico italiano a girare filmati.

La sua macchina è conservata nel Museo del Cinema della Cineteca Italiana di Milano, città dove il fotografo si trasferì in seguito. Fu proprio la straordinaria passione per le fotografie che indusse Italo a dedicare ore ed ore alla costruzione della strumento.

Essendo un avviato fotografo, ben inserito nella città meneghina di fine Ottocento, intuì quanto sarebbero state interessanti le immagini se avessero posseduto la capacità di muoversi. Egli aveva già tentato di fissare il movimento con le sue “cronofotografie”, ossia fotografie prese in tempi molto brevi, in modo da dare l’impressione del movimento.

Da fotografo, dunque, a inventore cinematografico, Pacchioni resta e resterà nella storia della cinematografia mondiale, perché non solo costruì la macchina, ma anche perché con essa diede avvio a tutte le varie fasi della lavorazione che il cinematografo comporta, partendo dall’originaria idea di un filmato fino alla proiezione, sua ultima destinazione.

Le sue opere sono puntualmente catalogate: “Arrivo del treno alla Stazione di Milano” (1896); “Ballo in famiglia” (1896); “La battaglia di neve” (1896); “Le gabbie dei matti” (1896); “Il finto storpio al Castello Sforzesco” (1896); “La Fiera di Porta Genova” (1898); “Il vecchio Verziere” (1898); “I ginnasti della Mediolanum” (1898); “Il Re Umberto I in visita alla Marina” (1899?); “I funerali di Umbero I” (1900); “I funerali di Giuseppe Verdi” (1901).

Cinque anni prima della sua morte, avvenuta a Milano l’11 luglio 1940, un nipote, all’insaputa dello zio, inviò a Roma diverse pellicole alla Direzione Generale della Cinematografia, che stava organizzando uno spettacolo celebrativo del quarantesimo anniversario della nascita del cinematografo.

Fu un gran successo per quel 1935: alcuni film furono inseriti nella sezione comparativa di “Film italiani e stranieri” dai primi tempi della cinematografia sino a quei giorni, compresi i funerali di Giuseppe Verdi.

Italo balzò agli onori della cronaca, ma come spesso accade a quel mondo dorato e scintillante e al contempo irto di inciampi, pochi anni dopo fu dimenticato, abbandonato nell’ombra. Morì lontano dalla sua Mirandola prima che la Seconda Guerra Mondiale mostrasse i suoi orrori e le sue crudeltà.

Negli Anni Cinquanta il nome di Italo Pacchioni rivisse meritatamente nei primi manuali cinematografici e il suo nome campeggiò sulle riviste del settore, ma fu una breve iperbole. Ed è un peccato che in suo onore non sia stato costruito nemmeno un museo…

Fonte: “Al Barnardon” (http://www.albarnardon.it/)

di Gabriele Testi

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