10 mila posti di lavoro persi, disoccupazione alta e cassa integrazione a go-go i numeri choc dell’economia modenese: la Cgil: ripensare il modello di sviluppo economico

disoccupazione_annunci_lavoroDieci mila posti di lavoro scomparsi in 6 anni, tra 2007 e 2013, cassa integrazione sette volte superiore, e, se si ambisse a a ristabilire l’ equilibrio occupazionale bisognerebbe creare ex novo almeno 22.900 posti. Sono numeri shock quelli trovati dall’Osservatorio su Economia e Lavoro-Ires Emilia-Romagna in collaborazione con la Cgil per raccontare cosa cambia per il lavoro modenese e il suo intero modello si sviluppo. Un processo che se governato potrebbe però non rivelarsi negativo, vediamo perchè.

FRER0017498E’ scomparso, rivela l’indagine, un intero modello di sviluppo, “un sistema centrato su agglomerazioni industriali e su una forte urbanizzazione, è stato messo in discussione dalla crisi”, si legge nel documento della Cgil. “La crescita della domanda estera registrata in questi ultimi tre anni non ha permesso di ricostruire il tessuto produttivo pre-esistente la crisi. Inoltre, la qualità della competizione internazionale ha innestato un processo di ridefinizione della specializzazione economica ancora in corso che non ha permesso l’ auspicato recupero occupazionale.
Appare sempre più difficile  immaginare che il sistema produttivo locale ricostruirà le proprie fortune sulle medesime attività che si erano insediate nel periodo precedente la crisi. Nei prossimi anni, quando si materializzerà la ripresa economica, il rischio di una jobless growth (crescita senza lavoro) si fa sempre più concreto”.

lavoroAttenzione, quindi, serve un ripensamento globale, il lavoro potrebbe esserci, il processo si può invertire ma va governato.
Torniamo ai numeri: i 10 mila posti di lavoro andati persi negli ultimi sette anni sono il saldo tra i 20 mila distrutti nei settori industriali e i 10 mila posti di lavoro guadagnati nel terziario: fra il 2007 e 2013 sono andati persi definitivamente in tutta la provincia di Modena precisamente 10.383 posti di lavoro, frutto della distruzione di oltre 20mila posto nei settori industriali (si parla di una perdita pari a -18183 posti nelle sole attività manifatturiere, -1046 nelle costruzioni) e la nascita di circa 10mila posti nel terziario (sono ad esempio 4441 i nuovi posti di lavoro nel settore delle attività dei servizi di alloggio e ristorazione e 1800 quelli nel settore delle public utilities).

lavoroQuesto – secondo la Cgil – perché le imprese della provincia hanno fatto poca innovazione e formazione, perdendo competitività sui mercati, ma anche perché il sistema creditizio non le ha adeguatamente supportate: la discontinuità si rende del tutto necessaria e urgente».

Insomma, “la trasformazione in atto in questi anni non ci riporterà alla situazione pre-crisi. Dobbiamo cambiare paradigma –  commenta Tania Scacchetti, segretario provinciale della Cgil di Modena – i fattori che hanno creato e sviluppato il modello emiliano sono entrati in crisi e vanno ripensati. Bisogna ragionare di formazione, ma anche di investimenti in innovazione, solo così le imprese potranno reggere alla crisi ancora in atto”.

lavoroAnche brevetti, invenzioni e nuovi marchi affrontano un periodo fiacco: negli ultimi 5 anni sono del 30% inferiori ai valori del quinquennio precedente, mentre il numero delle imprese che dichiara di non fare alcuna innovazione è cresciuto del 10%, e si attesta attorno alla metà delle imprese.

Si vivacchia, e se si va avanti così per dare lavoro a tutti servirebbero quasi 23 mila nuovi posti, circa l’ 8% dei posti esistenti, da distribuirsi nei diversi distretti della provincia: si parla, ad esempio, di 5400 posti per la zona di Sassuolo, 2900 circa per Modena, quasi 3300 per Mirandola e oltre 4mila per Carpi.
In questi anni però il territorio ha mostrato tutte le sue più profonde fragilità: non solo il sisma ha colpito l’ area di pianura, ma con l’ alluvione si sono materializzate le avvisaglie di un sistema idrogeologico rischioso che già nel recente passato aveva prodotto la franosità dell’ area appenninica e a cui si è aggiunta l’ inadeguatezza delle opere di controllo idrico nelle zone di pianura.

lavoro_agricolturaE allora? La risposta è uscire dalla crisi con uno sviluppo sostenibile .
“E’ del tutto evidente che l’ entità della ricostruzione del sistema produttivo non può essere affrontata nell’ attesa di una continuità con il passato: l
a discontinuità si rende del tutto necessaria e urgente.

  1. Il primo punto di discontinuità va messo nell’ uso estensivo del territorio come ambito da sfruttare ulteriormente sotto il profilo economico. La continua e inarrestabile crescita della popolazione residente oltre a spingere per ulteriori insediamenti residenziali chiede uno sforzo di crescita della struttura produttiva che difficilmente, a condizioni date, potrà essere soddisfatta.
    Ridurre la crescita residenziale significa anche mantenere un livello sostenibile del fabbisogno di servizi sociali e, in ultima analisi, la possibilità per i comuni di ritrovare un adeguato equilibrio di bilancio.

  2. FRER0019853Il secondo punto di discontinuità deve essere posto in un maggiore impegno a favorire la crescita del sistema di innovazione, sia con investimenti nuovi e mirati, sia con incentivi allo sviluppo del capitale umano territoriale. Far crescere, qualificare e rendere efficace il sistema della formazione al fine di favorire la riqualificazione, ma soprattutto l’ aggiornamento professionale è un tassello essenziale per rilanciare la capacità innovativa del sistema produttivo territoriale che oggi sta molto soffrendo.
  3. Il terzo punto riguarda l’ avvio di un diverso disegno di specializzazione del sistema produttivo territoriale che sia in grado di assecondare le tendenze in atto nel settore dei servizi, ma che sia anche in grado di favorire nuove iniziative che partono e si sviluppano a partire dalle specificità e competenze diffuse a livello territoriale, che già in occasione della ricostruzione post sisma si erano manifestate ma di cui non si sospettava l’ esistenza. In questo un diverso approccio da parte del sistema imprenditoriale e, soprattutto, del sistema finanziario è cruciale. Il territorio non può essere considerato semplicemente un pozzo di denaro accumulato da intercettare, ma deve essere visto come un’ opportunità di investimento.

  4. agricolturaL’ innovazione nel sistema finanziario è assolutamente necessaria per avere una prospettiva di crescita economica che si muova al di fuori degli schemi consolidati. Il quarto punto riguarda la difesa e messa in sicurezza del territorio come asset strategico su cui innestare politiche di crescita e qualificazione insediativa. I rischi a cui sono esposti gli insediamenti residenziali e produttivi sono oggi troppo elevati e i costi per gli interventi di emergenza cominciano ad essere troppo ingenti per l’ efficacia che hanno.

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