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L’11 giugno 1714 l’esplosione del Castello dei Pico che semidistrusse Mirandola

da | Giu 11, 2014 | Mirandola, La nostra storia | 0 commenti

torrione

La tragedia accadde trecento anni or sono esatti, l’11 giugno 1714. E rappresentò la fine di Mirandola per come la si era sempre conosciuta. Allo stesso tempo, fu l’eclisse di un’epoca gloriosa, la definitiva pietra tombale sulla memoria di una città che per ben quattro secoli aveva indossato le mostrine di capitale d’Europa. Un evento, per la storia della località natale dell’umanista Giovanni Pico, ben più distruttivo e mortale della Prima e Seconda Guerra Mondiale e del disastroso terremoto del maggio e giugno 2012.

 

Quel giorno di tre secoli fa un fulmine si abbatté sul torrione del castello, alto ben 48 metri. L’enorme complesso fortificato conteneva la polveriera, che si incendiò ed esplose in una poderosa deflagrazione, tanto che oggi c’è ancora chi accredita l’ipotesi di un attentato di matrice estense e modenese anziché quella di una calamità naturale. Nell’esplosione venne distrutta una porzione importante del complesso fortificato e, con essa, il prezioso archivio di Stato, conservato all’interno del poderoso maschio. Leggenda vuole che, per mesi, i pizzicagnoli mirandolesi abbiano incartato formaggi e salumi con le bolle della famiglia Pico o con gli scritti appartenuti alla “Fenice degli Ingegni”.

 

Che cosa era successo? E che cosa alimentava e tuttora alimenta le voci di una congiura antimirandolese? Il 6 marzo 1714 la Francia e il Sacro Romano Impero avevano firmato la Pace di Rastadt, un atto di diritto internazionale con il quale ponevano fine alle ostilità conseguenti alla Guerra di Successione Spagnola, costituendo una sorta di “appendice” del Trattato di Utrecht dell’anno precedente (che ancora oggi normano situazioni molto particolari come quella della rocca di Gibilterra, giocata tra Inghilterra e Spagna sull’ambiguità fra “sovranità” e “proprietà” del linguaggio giuridico dell’epoca). I due documenti contenevano un principio importante: erano infatti da “perdonarsi”, da parte cesarea, quegli Stati, sovrani e vassalli che si fossero schierati nel conflitto dalla parte delle “Due Corone”, cioè Francia e Spagna, contro l’Impero.

torrione2Nel 1708 Francesco Maria Pico si era alleato con i francesi, consegnando loro la città, nell’ambito della guerra per il trono vacante di Spagna. A causa di questo grave errore di inesperienza politica, il giovane duca perse definitivamente lo Stato, feudo imperiale dal 1311, che ritornò nelle mani di Carlo VI d’Asburgo nonostante per quattro secoli fosse “sopravvissuto” con l’aura del principato indipendente. Malgrado le suppliche dei cittadini, il 15 luglio 1710 il Ducato della Mirandola venne venduto al Duca di Modena, Rinaldo d’Este, per la somma di 175.000 doppie d’oro, due volte e mezzo la cifra che l’Impero avrebbe richiesto ai Pico a mo’ di sanzione per il “tradimento”. Con l’avvento degli Estensi, per la città emiliana cominciò un periodo di lunga e inesorabile decadenza, ma la Pace di Rastadt e la promessa del perdono imperiale per chi si fosse macchiato di “fellonia” avevano lasciato sperare Francesco Maria di poter riavere gli Stati e lasciare l’esilio presso la corte di Madrid per tornare a Mirandola e Concordia. Non fu così, e per i mirandolesi si chiuse l’età la lunga età sovrana.
Ma che cos’altro persero i mirandolesi? Il castello costituiva un complesso molto imponente, composto da diversi edifici costruiti in epoche differenti. In tutta Europa, a partire dal XVI secolo, acquistò fama di roccaforte leggendaria e inespugnabile, soprattutto dopo l’assedio del 1551-1552 in cui poche centinaia di soldati mirandolesi e francesi tennero testa a un numero di truppe pontificie di Giulio III Del Monte e di lanzichenecchi di Carlo V d’Asburgo dieci volte più elevato, e per ben dieci mesi: “imprenable comme une Mirandole”, si diceva sino a non molti decenni fa a Saint Cyr, celebre accademia militare francese.

Orgoglioso simbolo del potere militare della famiglia Pico, il castello di Mirandola era rappresentato dal poderoso e massiccio torrione fatto erigere da Giovan Francesco II Pico nel 1499-1500 su progetto di Giovan Marco di Lorenzo da Lendinara. L’edificio risultava solidissimo e isolato, in quanto non era possibile accedervi se non tramite un ponte levatoio che metteva in comunicazione la torre con il terzo piano di un vicino fabbricato del Castello. Questa costruzione rientrava peraltro nel progetto pichense di poter sempre più valorizzare città e signoria, emulando in grandezza e splendore i centri di Mantova e Ferrara, che potevano vantare magnifiche dimore signorili dei Gonzaga e degli Este. Ma tutto andò perduta con l’esplosione dell’11 giugno 1714…
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