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“Io, geometra e mamma, non trovo più lavoro”

QUESTO E’ IL MIO SPAZIO, QUESTO E’ IL TUO SPAZIO *

di Stefania Costi

Buongiorno Dottoressa,

mi chiamo Elisabetta, ho 35 anni e sono molto arrabbiata. Le scrivo non perchè penso che questa mia protesta scritta possa in qualche modo cambiare lo stato delle cose, ma unicamente perchè ho bisogno di buttare fuori tutta l’acredine che sto covando, da qualche tempo a questa parte. Il nome della rubrica invita e io ho deciso di farlo. Ho un diploma da geometra che fino a qualche anno fa mi ha dato da vivere. Certo, non nel lusso e nell’agiatezza, tuttavia, nonostante il mio salario sia stato sempre lievemente inferiore a quello dei miei colleghi maschietti, mi sono permessa di comprare casa con il mio compagno e, udite udite, persino di mettere “in cantiere” Mattia, che adesso ha sei anni. Voglio trascurare il ruolo, nella mia protesta, giocato dall’azienda che si è tempestivamente liberata di me (collaboratrice a progetto) non appena ha appreso la notizia del mio stato di gravidanza: perchè mi considero una persona razionale ed estremamente pratica, perciò comprendo bene come una collaboratrice che stia diventando mamma sia un onere importante che non tutte le realtà possono sostenere. Ma le successive realtà con le quali sono entrata in contatto dopo la nascita di Mattia mi hanno ulteriormente disillusa, rispetto al ruolo che una donna può sperare di ricoprire all’interno di una azienda. Passano otto mesi dalla nascita di Mattia, e io, dotata di buona volontà, di una discreta esperienza alle spalle e di un pacco di curriculum alto così, mi cimento nella ardua impresa di trovare di nuovo lavoro. Niente da fare. Da quel momento per tutto il successivo anno, la domanda che mi sento ripetere, a denti stretti, con non chalance o addirittura con esplicita allusione, è… ma lei ha figli? Inutile spiegare che intendo appoggiarmi ad una baby sitter e al nido non appena possibile, inutile sostenere la mia motivazione al lavoro, non dettata solo da un bisogno economico, ma anche dalla necessità di una donna trentenne di rimontare in sella. A quella domanda, e soprattutto alla mia risposta “sì ho un figlio di otto mesi”, cala il sipario. Alcune conoscenti, e anche diverse amiche, sostengono che io mi sia rimessa in pista troppo presto, che il bimbo è piccolo e l’azienda teme assenze dal lavoro motivate dal mio essere mamma. Così mi convinco, mi convinco ad aspettare. Aspetto che il bimbo cresca, mi dedico full time al mio mestiere di mamma, fino a che, l’anno scorso Mattia inizia la scuola elementare. Questo cambia le mie giornate. Lui è a scuola quindi io, la mattina, posso dedicarmi a contattare le aziende, inviare lettere di presentazione e curriculum, rispondere agli annunci. Oggettivamente non ho più la necessità di una baby sitter o di qualcuno che mi tenga il bimbo, posso serenamente propormi, almeno così penso, per un lavoro full time. Combatto con un po’ di insicurezza, insorta in alcuni anni passati lontani dal mondo del lavoro, e armata di santa pazienza mi rimetto in giostra. Bhè, per farla breve la litania non cambia. Pare che in Italia vi sia una fondamentale incompatibilità tra maternità e lavoro. Una sorta di tacito accordo, per mettere i bastoni tra le ruote a chi, come me, avrebbe voglia di fare, di spendersi anche nel mondo del lavoro, nonostante la maternità. La domanda arriva sempre puntuale e la risposta sembra vanificare ogni possibilità di essere scelta. Possibile? Chi lo dice che non si può essere donna occupata e anche mamma? Perchè questa nostra facoltà, che oltre a essere meravigliosa è anche FONDAMENTALE PER LA VITA, diventa un ostacolo, un problema, o peggio, una discriminante, quando si parla di lavoro?

Cara Elisabetta

non starò qui a dirti che sono d’accordo con ciò che scrivi per rispetto della tua rabbia. Hai ritratto una realtà tristemente nota, e molto attuale. Non starò a fare della retorica riguardo ai diritti delle donne che vengono costantemente violati, nonostante la politica si riempia la bocca di buone intenzioni e di iniziative per sensibilizzare che, ovviamente, non hanno sortito l’effetto sperato. Faccio leva sulla tua pragmatica, sulla tua voglia di fare, di esprimerti anche sul lavoro, oltre che come mamma: non mollare. Tieni alta la tua motivazione e usa questa rabbia per darti sempre una maggiore determinazione nel giungere ai tuoi obiettivi. Ma ti offro anche uno strumento, perchè quella razionalità di cui parli possa avvantaggiarsene. Esiste un gruppo gratuito formato da donne che si incontrano una volta al mese, a Mirandola, che lavora proprio sulla propria identità lavorativa. Sulla promozione di sé, sull’ampliamento delle proprie soft skill per diventare sempre più appetibili per un mercato del lavoro ostico, e che progetta attraverso il confronto e la rete, nuovi modi di cercare e creare lavoro. Se vuoi chiamarmi ti spiegherò meglio di che si tratta. In questa lotta cammini al fianco di molte donne e la tua rabbia è fatta di molte voci. Non posso garantirti che le cose cambieranno, ma cambierai tu, diventando sempre più brava nel perseguire i tuoi obiettivi. Io tifo per te.

 * “Questo è il mio spazio, questo è il tuo spazio” è una citazione del film Dirty Dancing usata nelle sedute di coaching emozionale per far capire l’ambito su cui si lavora. Se ne parlerà martedì 27 settembre, a partire dalle ore 20.30, nel gruppo Donne per le donne, patrocinato dal Comune di Camposanto, condotto dalla counselor Silvia Costi che cura questa rubrica. Il gruppo di crescita si pone come spazio di condivisione e confronto, per donne ma non solo, dove si sviluppano temi legati alla crescita personale e al benessere. Gli incontri si svolgono ogni ultimo martedì del mese, presso la Sala civica Donatori di Sangue, in via Marconi 35. Info: 389 99 51 808.
Potete scriverle mandando una mail a redazione@sulpanaro.net

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