Perchè Macron non è il Renzi francese (e viceversa) – di Nicolò Guicciardi

di Nicolò Guicciardi

Qualche anno fa, la pubblicità di un noto liquore italiano vedeva alcuni protagonisti che, alla guida di un aereo ultraleggero, narravano di “aver portato in salvo l’antico vaso”. Ebbene sì, potremmo di certo dire che mai come questa sera quel antico vaso è l’Unione Europea la quale, dopo la vittoria del golden boy d’Oltralpe alla corsa verso l’Eliseo, ha retto all’ennesimo contraccolpo, per alcuni inquadrato come l’approssimarsi della minaccia populista e xenofoba rappresentata dal Front National.

Emmanuel Macron porta con sé, assieme al suo movimento En Marche, alcuni aspetti di cui è senza dubbio opportuno esser soddisfatti. Finalmente l’Europa è tornata ad essere un tema importante nel dibattito politico; ci si sta con fatica ma per fortuna rendendo conto che senza questa istituzione, necessariamente da riformare sia chiaro, siamo niente più che 28 paeselli al più totale sbando davanti a problemi emersi prepotentemente negli ultimi anni come il terrorismo, nemico subdolo capace di colpirci “in casa” e di giocare una guerra asimmetrica logorante, o i nuovi assetti globali in cui potenze emergenti come Russia e Cina assieme al cambio di rotta da parte degli States a guida Trump stanno riaffermando in maniera importante il loro ruolo a livello internazionale.

 

Ma veniamo a noi e ai fatti di casa nostra! “Perchè Macron non è il Renzi francese (e viceversa)”. Perchè questo titolo?

 

Sono già diverse settimane che va per la maggiore, tra i sostenitori del neo eletto segretario Matteo Renzi, una moda sempre più diffusa di paragonarlo al Macron italiano. Mi spiace deludervi, ma non è così, o almeno non completamente, per diverse ragioni.

Praticamente tutta l’informazione italiana ha inquadrato l’attuale presidente della Repubblica Francese come l’ ”europeista duro e puro”. Se però si ascoltano dettagliatamente i discorsi di Emmanuel Macron, non si può non notare un’altrettanto spiccata componente nazional-patriottica oltre alla citata difesa dell’UE e non vi è dubbio che questo è stato uno degli aspetti chiave che ha permesso di fermare bruscamente la corsa della sua competitor principale, Marine Le Pen. Da parte di Renzi è risultato fino ad ora molto raro ascoltare discorsi che parlassero marcatamente di unità nazionale, ma ciò può essere imputato anche al non certo straripante senso nazionale e patriottismo degli italiani. 

Renzi è il leader di un partito tradizionale, addirittura flglio dei due principali partiti o se vogliamo visioni del mondo dominanti nel quasi cinquantennio della Prima Repubblica, Macron no.

Lo dico perchè il rottamatore fiorentino ha avuto una nitida occasione di ricalcare l’esperienza di En Marche nel bel paese; precisamente tra il 2010 e il 2012 quando, forte della freschezza politica, del suo rivolgersi ai giovani per avvicinarli ad una politica vista come un oggetto misterioso e della crisi istituzionale del governo Berlusconi, avrebbe potuto svincolarsi dai dem e creare un soggetto politico nuovo. Come sappiamo, la scelta virò verso una scalata al Partito Democratico, con tutte le  graduali incongruenze che ne comportarono, sia dal punto di vista programmatico che di base elettorale a cui rivolgersi.

Terzo, ed ultimo ma non trascurabile aspetto, Macron era ministro del governo Valls, dimessosi in largo anticipo per tentare di affrontare un’impresa ritenuta dai più impossibile da realizzare mentre Renzi è stato per tre anni il Presidente del Consiglio di un governo che, e qui mi attirerò una discreta dose di critiche, piaccia o no ha fallito il punto cardine del progetto riformatore per cui è nato, ossia la riforma Costituzionale. 

Ma, voi direte, quali sono gli aspetti in comune tra i due leader? Sicuramente quello di avere mandato in soffitta una certa sinistra nostalgica ben incarnata rispettivamente da Hamon e Bersani, oltre che di avere personalizzato ulteriormente la politica. Il secondo aspetto non è poi sempre un male, dopotutto mostri sacri come Maggie Thatcher, Charles De Gaulle e Alcide De Gasperi sono ricordati per avere garantito solidità economica, ripresa e stabilità ai loro paesi. Sul primo invece la parola andrà agli elettori, se nel 2018 o magari prima lo lasceremo decidere a chi di dovere.

 

 

 

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