Alluvioni storiche: i mulini natanti di Concordia “ruina dei modenesi”

mulino natante

di Gabriele Testi

La storia non è affatto nuova, anzi. L’attribuzione a responsabilità umane delle periodiche alluvioni che colpiscono un territorio è un esercizio mentale che si perde nella notte dei tempi e che le genti dell’attuale Bassa Modenese conoscono bene. Un libro dello studioso mirandolese Bruno Andreolli, professore ordinario di storia medievale all’Università di Bologna, prende a prestito un’espressione di molti secoli fa per raccontare le vicissitudini di un’area padana economicamente fragilissima e stretta nella morsa di tre grandi fiumi, il Po, il Panaro e, naturalmente, la Secchia.“La ruina dei modenesi: i mulini natanti di Concordia sulla Secchia” è un volume che data al 2001 e che racconta fedelmente i pregiudizi, ma anche i fatti, cui le popolazioni dell’attuale zona settentrionale della provincia di Modena andarono incontro per secoli. Nel 1396 Concordia, da borgo divenne una vera e propria comunità la cui economia si sostentò per secoli grazie all’attività dei “mulini natanti”, zattere a fondo piatto ancorate controcorrente alle rive o ai piloni dei ponti, che seguivano il variare della corrente e che servivano per attività molitoria. Sino al terribile terremoto del maggio 2012, era possibile vedere un modello in scala 1:20 di questi natanti nell’atrio della sede municipale: unico nel genere in Italia, riproducente il Mulino del Porto, la ruota “mignon” fu realizzata nel 1907 da Medardo Trevisani e Carlo Braghiroli, figlio di uno degli ultimi mugnai della zona.

Concordia sulla Secchia, nel cui stemma figura ancora il leone rampante della casa di Lussemburgo, appartenne alla signoria dei Pico per i quattrocento anni compresi fra il 1311 e il 1711: uno Stato pressoché indipendente insinuato a cuscinetto tra la Ferrara e la Modena degli Estensi e la Mantova dei Gonzaga. E i mulini natanti, collocati nel breve corso del Secchia di pertinenza mirandolese fra l’ampio tratto modenese, che scende lungo l’Appennino dall’Alpe di Succiso, e Mirasole, il punto del mantovano in cui si getta nel Po più o meno all’altezza della foce del Mincio, vennero concessi come “corpi feudali” ai Pico dall‘imperatore del Sacro Romano Impero. E furono la fortuna di Concordia che, appena nel giro di trent’anni dal passaggio da borgo a comunità, venne promossa contea nel 1432 e poi marchesato nel 1597. I mulini natanti della Secchia, detti anche “ruote del Pane” per la loro crucialità nell’opera di sfamare migliaia di contadini medievali, fecero la fortuna di quello Stato che prendeva il nome di Ducato della Mirandola e Marchesato della Concordia.

Come mai i mulini natanti, tipici dei grandi fiumi, si svilupparono nella Secchia, corso d’acqua di proporzioni modeste e ad andamento torrentizio, soprattutto una volta che Modena le è rimasta alle spalle e il dislivello appenninico si è trasformato in un sinuoso scorrere fra campagne di pianura? Perché i mugnai concordiesi adottarono il sistema delle chiuse, cioè sbarramenti trasversali al fiume costituiti da palizzate in rovere, piantate nell’alveo e con due aperture, una delle quali, collocata di fronte alla ruota idraulica del mulino, aveva il compito di incanalare, incentivare e velocizzare la corrente. I mulini concordiesi, ancorché “natanti”, erano dunque di tipo stanziale poiché ognuno era vincolato alla propria chiusa: venivano giudicati pericolosissimi sia nelle terre degli Estensi che in quelle dei Gonzaga per la loro capacità di rallentare il flusso d’acqua a monte e a valle, sforzando gli argini e provocando rotture o tracimazioni. Ma Concordia sulla Secchia godeva dell’autonomia che il titolo di Marchesato le assicurava e i Pico si disinteressarono agli altri.

Il numero delle ruote aumentò nel tempo fino a raggiungere le dieci unità, documentate già dal 1566, tanto da far parlare per Concordia di una sorta di “protoindustrializzazione”, data la notevole concentrazione in circa due chilometri e la loro grande importanza economica che perdurò fino a primi del Settecento. Nel 1713 i mulini vennero rimossi dagli Estensi di Modena, subentrati ai Pico della Mirandola, perché ritenuti responsabili di ostacolare il flusso del fiume e di provocare alluvioni nell’alto corso, tanto da essere definiti con voluta enfasi “la ruina dei modenesi”. Un’espressione cui non fu immune la volontà di potenza dei duchi d’Este, che per acquistare il Ducato della Mirandola e il Marchesato della Concordia da Carlo VI d’Asburgo spesero una fortuna, indebitandosi e rovinando le finanze modenesi e reggiane sino al 1770-1780, con la conseguenza psicologica che fecero di tutto per cancellare la memoria del governo dei Pico e la recente indipendenza delle aree più a nord.

Dopo circa un trentennio in cui si utilizzò per la macinazione il mulino della conca di Bastiglia sul canale Naviglio, nomi resi tristemente celebri dalla rotta del Ponte dell’Uccellina del 20 gennaio 2014, e il mulino natante nella Secchia a Bondanello di Moglia, località del vicino mantovano, nel 1743 vennero allocati nel fiume gli ultimi quattro mulini natanti: il Mulino Tavoli o di Sopra, il Mulino di Mezzo, il Mulino del Porto o del Ponte, gestiti dall’amministrazione municipale di Concordia, e il Mulino delle Decime o di Sotto, gestito dal Comune di Mirandola e di cui sono visibili nei periodi di magra nell’alveo del fiume una ventina di pali di rovere “guci”, resti della sua chiusa. I mulini natanti rimasero in attività fin verso la fine del 1800, quando sorse, di fronte al Parco delle Rimembranze, un mulino della Società Mulini a Vapore, ma il loro ricordo è giunto fino a noi, aiutandoci a ricordare lo strettissimo rapporto tra i fiumi e l’uomo…

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