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Bambini e povertà, un dramma che qui nessuno vuol guardare in faccia

Per spiegare la povertà minorile, su cui “l’attenzione nel nostro Paese è insufficiente”, la “dimensione economica non basta”, perché a caratterizzarla, invece, è principalmente “la povertà educativa”, una “caratteristica peculiare della povertà minorile, che viene spesso sottovalutata dall’opinione pubblica e sacrificata ad altre priorità da parte delle istituzioni”. Viceversa, “non si può negare a priori una correlazione fra povertà e disagio nelle sue varie forme, comprensive del disadattamento e dei comportamenti socialmente inaccettabili come quello del bullismo”.

A lanciare l’allarme è Luigi FadigaGarante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, che giovedì scorso a Roma è stato ascoltato in audizione dalla commissione parlamentare congiunta per l’Infanzia e l’adolescenza, presieduta da Sandra Zampa.

“La povertà minorile intesa come specifica condizione di povertà delle persone di età minore è oggetto di insufficiente attenzione nel nostro Paese, e inadeguate sono le strategie di contrasto poste in essere malgrado gli impegni internazionali assunti dall’Italia”, avverte il Garante in una nota. A suo avviso, non si può ignorare soprattutto il fatto che “il bambino che vive in una famiglia non in grado per ragioni economiche o culturali di offrirgli un ambiente stimolante, è un bambino a rischio di discriminazione e di esclusione sociale fin dai primi anni di vita”. E ciò si concretizza “se quella carenza anche incolpevole a livello familiare non trova servizi integrativi adeguati e contrappesi nel sistema educativo complessivamente considerato”.

Una prima mancanza, sostiene Fadiga, si registra a livello normativo: nel codice civile viene sancito il diritto del bambino e dell’adolescente a “apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni”, ma tuttavia “i destinatari del comando giuridico sono i genitori, e non anche invece, come dovrebbe essere, le istituzioni e la comunità”. Per questo motivo è necessario che “strumenti normativi e amministrativi vengano individuati per porre a carico anche delle istituzioni quel comando, e ciò deve valere sia per lo Stato che per le Regioni”. E con tali norme non basta “accordare aiuti appropriati ai genitori” ma bisogna “anche a provvedere alla creazione di istituzioni e servizi aventi il compito di vigilare sul benessere del fanciullo”, specialmente davanti al “fortissimo divario di opportunità educative tra le Regioni italiane”.

Il Garante ha poi portato la sua attenzione sulla situazione dell’Emilia-Romagna: da una parte “la situazione delle persone minorenni in Emilia-Romagna appare per certi versi privilegiata”, ma “malgrado ciò permangono settori di popolazione minorile e situazioni particolari dove il rischio di povertà è presente e attuale”, in particolare fra “i minori stranieri e i minori appartenenti a famiglie nomadi”. Soprattutto “quest’ultima categoria- sottolinea Fadiga- modesta dal punto di vista quantitativo, sotto l’aspetto qualitativo è probabilmente la più a rischio fin dai primissimi anni di vita” del bambino, perchè “la cittadinanza europea di molti tra loro accentua un nomadismo pendolare delle famiglie, che, poverissime, pur libere di entrare in Italia ben difficilmente riescono a raggiungere i requisiti per la residenza” e di conseguenza “è per loro difficile usufruire pienamente dei servizi e delle facilitazioni previste per i non abbienti come per esempio la retta di iscrizione e la refezione scolastica”.

Per quanto riguarda i minori stranieri residenti, “la mancanza della cittadinanza italiana, anche se si tratta di bambini nati in Italia, e l’ambiente familiare, spesso povero di stimolazioni, costituiscono ostacoli di fondo a una piena integrazione, e possono ipotecare il loro futuro”, spiega il Garante, secondo cui “i dati sul ritardo scolastico confermano queste osservazioni”, fino al punto che “nella scuola primaria e secondaria di primo grado gli alunni italiani in ritardo sono il 7,6%, mentre gli alunni stranieri in ritardo sono il 54,7%”; nella scuola secondaria, “il ritardo degli alunni stranieri raggiunge il 63,8% contro 21,8% degli italiani”. Una soluzione, propone allora Fadiga, passa “per le classi a tempo pieno nella scuola secondaria di primo grado”, che in Emilia-Romagna sono appena il 7% del totale quando invece “il ruolo della scuola secondaria di primo grado è di capitale importanza per contrastare l’esclusione sociale e la devianza minorile, ivi compreso il bullismo”.

Tra i membri della commissione, l’onorevole Antimo Cesaro ha ribadito l’importanza di combattere la povertà culturale anche attraverso il potenziamento dell’accesso dei minori a musei, monumenti e teatri. La senatrice Francesca Puglisi ha invece richiamato l’interesse sulle comunità di accoglienza, l’affidamento familiare e il diritto del minore alla continuità del legame affettivo. Ha chiuso i lavori l’intervento la deputata Vittoria D’Incecco, che ha toccato il tema dei minori nomadi.

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