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Quanto ci costa la sanità tra sprechi e negligenze – Editoriale di Andrea Lodi

Andrea_Lodi  di Andrea Lodi*

Mesi fa, un amico medico (bravo) che lavora in un ospedale, mi raccontò che un suo collega con mansioni “dirigenziali” (è doveroso il virgolettato) sorpreso in flagranza di reato mentre fumava in ufficio, è riuscito a farsi togliere una multa di poco più di 50 euro da altri dirigenti (con la d minuscola) compiacenti.

Ma non è questa l’impronta che voglio dare all’ articolo. E’ bene lasciare fare questo tipo di giornalismo a chi ne è competente. Quindi veniamo a noi.

Quanto ci costa la nostra salute

Forse non tutti sanno che il settore economico principale di ogni Paese, Italia inclusa, è quello sanitario.

In Italia ogni famiglia spende all’anno in sanità mediamente l’1,8% del PIL  (che in soldoni significa circa 36 miliardi di euro). Se consideriamo che in Italia la popolazione anziana (quella maggiormente soggetta a cure sanitarie) rappresenta circa il 20% della popolazione totale, e che gli italiani, a partire dal compimento del 14° anno di età, tendono ad avere comportamenti di vita non particolarmente salutistici (il 50% dei maschi italiani, ad esempio, consuma quotidianamente bevande alcoliche), il fenomeno sembrerebbe sostanzialmente spiegato.

La spesa sanitaria oggi, nel suo complesso, corrisponde in Italia al 5,6% del PIL (vale a dire circa 114 miliardi di euro); nel 2011 aveva raggiunto, secondo dati provenienti dall’Ocse, una percentuale attorno al 9% (in linea con la media europea)

Fin qua sembrerebbe tutto chiaro: spendiamo molto in sanità perché siamo vecchi e malati, ma nel contempo negli ultimi anni la spesa sanitaria è diminuita.

Gli sprechi nella sanità

C’è un dato però che ci inquieta: secondo un’indagine pubblicata di recente dall’Ispe-Sanità, sui 114 miliardi di spesa sanitaria del 2013, sono stati “bruciati”  ben 23,6 miliardi di euro, pari al 20,7% del totale: 6,4 miliardi per corruzione, 3,2 miliardi per inefficienza e 14 miliardi per sprechi di risorse. Il problema della corruzione riguarda soprattutto il Sud Italia con il 41% dei casi.

Secondo il rapporto realizzato da RiSSC e Transparency International Italia, nel 2013 nel settore sanitario cinque sono gli ambiti particolarmente permeati da fenomeni corruttivi: nomine, farmaceutica, procurement, negligenza e sanità privata. 

Nel dettaglio:

1.    nomine – la forte ingerenza della politica crea conflitti di interessi e clientelismo con problemi legati alla carenza di competenze;

2.    farmaceutica – aumento artificioso dei prezzi, comparaggio, falsa ricerca scientifica, prescrizioni fasulle, prescrizioni non necessarie, rimborsi fasulli;

3.    procurement – gare non necessarie, procedure non corrette, gare orientate o cartelli, infiltrazione crimine organizzato, carenza di controlli, false attestazioni di forniture, inadempimenti-irregolarità non rilevate;

4.    negligenza – scorrimento liste d’attesa, dirottamento verso sanità privata, false dichiarazioni (intramoenia); omissione di versamenti (intramoenia);

5.    sanità privata – mancata concorrenza, mancato controllo requisiti, ostacoli all’ingresso e scarso turnover, prestazioni inutili, falso documentale.

A leggere il rapporto Ispe-Sanità c’è veramente da sentirsi male; d’altronde stiamo parlando di Sanità, quindi comunque avremmo modo di essere adeguatamente assistiti.

Assistiti, sì ma dove ?

Le differenze tra Nord e Sud

Il rapporto tiene conto delle diversità gestionali ed organizzative che si riscontrano tra Nord e Sud. Regioni come la Lombardia, l’Emilia Romagna ed il Veneto sono caratterizzate da modelli gestionali integrati che permettono una certa efficienza gestionale. Infatti, aver organizzato la rete assistenziale Regionale utilizzando i medesimi approcci economico gestionali permette da una parte di fornire servizi più integrati alla popolazione assistita e dall’altra di controllare il corretto utilizzo delle risorse impiegate. 

Di contro, Lazio e Campania sono caratterizzate da modelli gestionali completamente disaggregati, tanto dal punto di vista organizzativo-gestionale che da quello economico-finanziario. Se ne deduce che il discrimine che trasforma l’inefficienza e gli sprechi nella corruzione è determinata dalla presenza o meno di una strategia che persegue la disaggregazione gestionale. Se ci spostiamo poi verso le Regioni Calabria e Sicilia il problema si aggrava ulteriormente.

Si sta parlando di un modello “sudista” che, per chi ne trae beneficio, va bene così; cambiarlo significherebbe rinunciare a ricchezze spropositate. Il tutto ovviamente a danno dei servizi sanitari erogati e dei portafogli dei cittadini.

Conclusione

Il confronto tra le diverse Regioni ha messo in evidenza come l’applicazione del modello lombardo, permetterebbe alle altre Regioni di raggiungere migliori risultati in termini economico gestionali con evidenti ricadute positive per l’efficacia e l’efficienza dell’intero sistema. Insomma l’ex Governatore Formigoni pare che qualcosa di buono l’abbia fatto (oltre ad appropriarsi di quota parte di quei 23,6 miliardi di euro; per lo meno così pare).

Ma non rallegriamoci troppo qui al Nord, permettere ad un “dirigente” (con la d minuscola) di fumare in ufficio rientra in uno di quei cinque ambiti particolarmente permeati da fenomeni corruttivi: quello delle nomine. E non dimentichiamo inoltre che il fenomeno corruttivo nella Sanità al Nord, con i suoi modelli gestionali integrati, rappresenta comunque il 23% del fenomeno.
* Andrea Lodi, originario di San Prospero (Mo) è aziendalista, specializzato in Pianificazione Strategica. Docente e consulente per conto di imprese private, enti di formazione, associazioni di categoria, organizzazioni NO PROFIT, società di consulenza ed università. Giornalista economico, dal gennaio 2009 curo “Economix“, la rubrica economica di PiacenzaSera.it.

www.andrealodi.it

 

Articolo tratto da Economix, rubrica economica di PiacenzaSera.it

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