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Mafia ed economia, perchè non ci accorgiamo di questo legame – Editoriale di Andrea Lodi

Andrea_Lodi  di Andrea Lodi*

Giancarlo Ferraris è un piccolo imprenditore milanese che si vede costretto a giungere a patti con la malavita organizzata. Non supportato dalle banche cede alle insistenti offerte di un sedicente “finanziatore” che con il tempo mostra la sua vera faccia: una faccia fatta di violenze, sopraffazioni, minacce. La faccia della n’drangheta. La faccia di Giancarlo Ferraris invece è quella di Diego Abatantuono, di professione attore.

“L’assalto”, perché di “fiction” stiamo parlando, è un film TV diretto da Ricky Tognazzi, andato in onda di recente su RAI1. Un film che interpreta in maniera magistrale una triste realtà: la sempre maggiore presenza delle mafie nell’economia del nostro Paese. Nella fiction le cose vanno bene. Giancarlo/Diego, si ribella al finanziatore malavitoso e riesce a fare trionfare la giustizia. Nella realtà, purtroppo, le cose vanno diversamente.

Le relazioni sempre più frequenti tra mafia ed economia risalgono a diversi decenni fa. La causa è da ricercarsi nell’ambito di un mutato scenario nazionale che vede una progressiva disintegrazione economica e sociale. Fenomeno che costituisce l’humus, la premessa favorevole per permettere alle varie mafie di portare gli immensi capitali ottenuti con le attività illegali (narcotraffico, estorsioni, contraffazioni, prostituzione), nell’economia reale. In che modo? Entrando nelle imprese legalmente riconosciute e creando società finanziarie.

Nel solo settore della ristorazione, ad esempio, si stima che in Italia la camorra sia proprietaria di circa 5000 attività commerciali (bar, gelaterie, ristoranti e pizzerie), per un giro d’affari di circa 14 miliardi di euro.

Gli imprenditori, non adeguatamente supportati da banche ed istituzioni, sono costretti a cedere il passo ad investitori che possiedono grandi somme di danaro. Non si tratta di riciclaggio, ma di un vero sistema che “assiste” l’economia legale. E’ il mafioso che si inventa imprenditore, nel totale rispetto delle leggi. Non c’è saccheggio estorsivo, ma sono gli imprenditori stessi ad avvicinare il facoltoso finanziatore, nella speranza di migliorare le proprie condizioni. Nella speranza di non dovere licenziare dipendenti “amici” che senza quel lavoro ridurrebbero le rispettive famiglie sul lastrico.

Nascono così catene di franchising, com’è accaduto nel settore della ristorazione, dove i dipendenti (brave persone) non conoscono il loro vero datore di lavoro. “Nei ristoranti la clientela mangia felice, ignara di quali “interessi” stia alimentando”, scrive Roberto Saviano.

Non si tratta di ripulitura di danaro “sporco” tramite emissione di scontrini fittizi quindi, ma di vero e proprio business.

A questa nuova situazione l’Europa non è ancora pronta. In giro per il mondo, alla faccia della crisi economica, aprono filiali di catene in franchising. Il sistema legislativo vigente non è in grado di scoprire l’origine del danaro di queste società, che non hanno bisogno di fare perdere traccia di sé nei paradisi fiscali di Andorra, Lussemburgo, Lichtenstein e le Isole Cayman, tanto per citarne alcune, ma tra Londra e Berlino.

E LE BANCHE?
Le banche sono causa ed effetto del fenomeno. Da un lato non supportando le imprese, di fatto costringono gli imprenditori a rivolgersi a soluzioni alternative, dall’altro dimostrando di essere spesso silenziose conniventi dei movimenti di danaro dalla Mafia Spa verso le imprese “acquisite”. Restando in ambito finanziario, non dimentichiamo che nell’ormai lontano 2008 l’ONU, nella persona dell’italiano Antonio Maria Costa, allora direttore dell’UNODC (United Nation Office for Drugs and Crime), aveva evidenziato come una parte degli introiti del commercio delle sostanze stupefacenti avesse “salvato” numerose banche duramente colpite dalle conseguenze della crisi finanziaria. Stiamo parlando di un “mercato”, quello della droga, che produce entrate stimate attorno allo 0,5% del PIL mondiale. Una cifra spaventosa, che corrisponde, all’incirca, al PIL degli Emirati Arabi Uniti o dell’Austria, se vogliamo restare in Europa.

L’UNODC aveva le prove che alcuni prestiti interbancari erano stati finanziati con denaro illecito che proveniva dal commercio di droga e altre attività criminose, e che alcune banche furono salvate da quei “fondi”. Costa, però, non menzionò i nomi degli istituti di credito coinvolti in queste operazioni. (Fonte: Osservatorio droga<).

Al problema del “danaro sporco” da ripulire, c’è da aggiungere anche quello del “danaro caldo”, quello senza patria che vaga per il mondo senza alcuna traccia della sua origine. “E’ il lato oscuro della globalizzazione”, scrive Walter Siti nello splendido libro-riassunto di ciò che è la finanza speculativa dei nostri giorni, dal titolo “Resistere non serve a niente” (Rizzoli editore).

“Nel cuore segreto delle grandi banche – continua Walter Siti – si creano depositi protetti da cortine di extra-riservatezza, in cui qualsiasi investigatore rimarrebbe impastoiato”.

In questi depositi i soldi dei pensionati si confondono con quelli dei narcotrafficanti, così come i soldi degli ambientalisti vengono utilizzati per comprare titoli di una società che sta deforestando l’Amazzonia.

“Il confine tra finanza legale e finanza illegale ormai non c’è più”, continua Siti, “la pretesa di mettere sotto controllo la speculazione babelica e apolide è come voler mettere sotto controllo la rotazione terrestre”.

CONCLUSIONI
Per citare Roberto Saviano dobbiamo ricordarci che: “per ogni imprenditore in crisi c’è qualcuno pronto a rilevare la sua impresa; per ogni evasore fiscale c’è un broker pronto a reinvestirne il danaro; per ogni impresa legale che assume regolarmente, c’è un concorrente che vince gli appalti grazie al danaro del narcotraffico”.

Le polizie tributarie d’Europa hanno serie difficoltà a muoversi in un sistema così mescolato alla economia legale. Occorrono nuovi metodi di investigazione, nuovi strumenti e nuove leggi di contrasto alle mafie. Oggi scoprire tali movimenti di danaro è quasi impossibile.

Un altro aspetto, forse il più allarmante, è che le nuove generazioni di imprenditori, per lo meno una parte di essi, non negano l’esistenza della mafia, quasi per voler rispondere al nuovo paradigma dell’economia moderna: “se vuoi fare business, devi necessariamente non seguire le regole”.

Ed è qui il punto: la legalità deve ritornare ad essere conveniente, altrimenti ne usciremo sconfitti, scrive Saviano, sia come imprenditori che come uomini liberi, aggiungo io.

* Andrea Lodi, originario di San Prospero (Mo) è aziendalista, specializzato in Pianificazione Strategica. Docente e consulente per conto di imprese private, enti di formazione, associazioni di categoria, organizzazioni NO PROFIT, società di consulenza ed università. Giornalista economico, dal gennaio 2009 curo “Economix“, la rubrica economica di PiacenzaSera.it.

www.andrealodi.it

 

Articolo tratto da Economix, rubrica economica di PiacenzaSera.it

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