Primo trapianto di fegato da donatore a cuore fermo a Modena

Il 22 agosto 2017 è stato eseguito il primo trapianto di fegato da donatore a cuore non battente dell’Azienda Ospedaliero Universitaria di Modena. Il paziente, un uomo di 56 anni affetto da un tumore primitivo del fegato, sta bene ed è stato dimesso. L’intervento, eseguito presso il Centro Trapianti di Fegato del Policlinico, ha coinvolto due equipe chirurgiche, rispettivamente una per il prelievo dell’organo e l’altra per il trapianto, insieme agli anestesisti ed ai componenti dello staff infermieristico.

“Sino ad oggi – spiega il prof. Fabrizio Di Benedetto – Responsabile della Chirurgia dei Trapianti di Modena che dal 2000 ha effettuato 790 trapianti di fegato – il prelievo di organi veniva effettuato da un paziente che aveva subito un danno cerebrale devastante e irreversibile, la cosiddetta morte cerebrale. In questa condizione il cuore può continuare a battere e irrorare col sangue gli organi potenzialmente utilizzabili per il trapianto, grazie alla respirazione artificiale e alle altre tecniche rianimatorie. Al contrario, quando il cuore si ferma, per un arresto cardiaco, gli organi non vengono nutriti e quindi non possono essere utilizzati per il trapianto. Oggi disponiamo, invece, di apparecchiature che permettono di “nutrire” il fegato, i reni e i polmoni per poterli quindi utilizzare per il trapianto”.

“Si tratta di uno sforzo organizzativo notevole e ulteriore rispetto a quello necessario per il la donazione tradizionaleche l’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Modena è ora in grado di sostenere anche grazie all’integrazione tra Policlinico e Ospedale Civile di Baggiovara – ha commentato il Direttore Generale, dott. Ivan Trenti – Fondamentale è l’impegno dei due reparti di Terapia Intensiva nelle sedi del Policlinico e di Baggiovara i cui responsabili, il prof. Massimo Girardis e la dott.ssa Elisabetta Bertellini hanno svolto un eccellente lavoro nel creare i presupposti per l’attivazione di un programma di individuazione dei potenziali donatori a cuore non battente”.

“La caratteristica di questi donatori risiede nella modalità di accertamento di morte, ma soprattutto nella complessa organizzazione richiesta affinché la donazione vada a buon fine – spiega il prof. Fabrizio Di Benedetto, Come riportano le indicazioni del Centro Nazionale Trapianti infatti, indipendentemente che la si accerti con criteri neurologici o cardiaci, la morte è unica e coincide con la totale e irreversibile cessazione di tutte le funzioni cerebrali”. La legge in Italia sancisce che per determinare la morte con criteri cardiologici occorre osservare un’assenza completa di battito cardiaco e di circolo per almeno 20 minuti: tale condizione determina con certezza una necrosi encefalica, con la perdita irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo stesso. La donazione “a cuore fermo” in Italia è regolata dai medesimi riferimenti legislativi ed etici della donazione da donatore in cui la morte è accertata con criteri neurologici (sei ore di osservazione da parte della commissione che deve accertare la morte). Una volta accertata la morte, il prelievo di organi da un donatore a cuore fermo a scopo di trapianto si presenta come una procedura complessa dal punto di vista organizzativo, a partire dal sistema di emergenza sanitaria territoriale e dalle equipe di medici e operatori sanitari coinvolti nelle diverse procedure.

Questo tipo di donazione richiede inoltre l’utilizzo di sofisticati strumenti dedicati alla conservazione del fegato. La tecnologia attuale permette infatti di ri-ossigenare a temperature e pressioni controllate il fegato prelevato, al fine di migliorarne la performance prima del trapianto. “Il prelievo di organi a cuore fermo è una tecnica più diffusa all’estero- ha concluso il prof. Di Benedetto – mentre nel nostro Paese è ancora praticata in pochissimi centri per l’elevata complessità organizzativa, ma è un’importante risorsa per la riduzione dei tempi di attesa, e certifica l’alta qualità delle cure e dei trattamenti offerti al pubblico. Tra questi centri, ora c’è anche Modena”. Grazie alle procedure di perfusione sia prima che dopo il prelievo, infatti, la qualità degli organi donati da un paziente a cuore fermo è la stessa rispetto a quella degli organi prelevati a cuore battente. La procedura da seguire è più articolata perché l’arresto cardiaco ha tempistiche più stringenti della morte cerebrale e, quindi, occorre decidere più in fretta e agire velocemente.

Questa procedura consente di estendere il numero dei potenziali donatori, comprendendo donatori che un tempo non era possibile prendendone in considerazione, contribuendo a ridurre la “cronica” carenza d’organi che determina lunghi periodi di attesa in lista, con conseguente rischio di uscita dalla stessa per la progressione della malattia e la conseguente impossibilità di affrontare un trapianto.

In Italia attualmente la legge stabilisce il principio del consenso o dissenso esplicito, per cui a chiunque è data la possibilità di dichiarare validamente la propria volontà. In mancanza di una esplicita dichiarazione espressa in vita, i familiari possono presentare il consenso al prelievo durante il periodo di accertamento di morte.

Nella foto di copertina il prof. Fabrizio Di Benedetto, Responsabile della Chirurgia dei Trapianti del Policlinico

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