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Bullismo: un fenomeno arginabile?

di Andrea Lodi

Mirandola, Istituto Superiore Statale Galileo Galilei. Ragazzini che lanciano cestini contro la loro professoressa, o che si picchiano in classe, davanti ai loro insegnanti. Al punto che occorre l’intervento della polizia Municipale per sedare gli animi.

Rivara di San Felice sul Panaro, campo di calcio. Un pallone finito in rete per sbaglio scatena l’ira dei giocatori, mandandone alcuni al Pronto Soccorso. Soltanto l’intervento di ambulanza e carabinieri riesce a fermare gli esagitati “giocatori”.

Il lancio del cestino

Per il ragazzino protagonista del lancio del cestino – fatto ripreso con il telefonino da un compagno di classe e pubblicato sul web –  inizia la tanto agognata bagarre mediatica, fatta di interviste, riprese, pentimenti in diretta, dichiarazioni della madre, dichiarazioni dei dirigenti scolastici, dei professori e altri personaggi di contorno non ben identificati.

Dalle dichiarazioni si apprende che il quindicenne “lanciatore di cestini” avrebbe un curriculum già ben nutrito di esperienze che arrivano anche alla rapina ad un supermercato. La madre, ad una giornalista che le chiede se “la scuola e i servizi sociali stanno facendo un percorso rieducativo oltre che punitivo”, risponde che “dopo la sospensione di due settimane per altri episodi commessi a scuola … finora non sono stata messa al corrente di progetti mirati. Non so più cosa fare: ho bussato a tutte le porte, maresciallo compreso, per chiedere aiuto, ma finora non è cambiato nulla”.

Partita di calcio con scazzottata

Sui fatti di Rivara interviene Vincenzo Credi, presidente della Figc Modena. “C’è poco da commentare, qui c’è da mettersi le mani nei capelli … dobbiamo darci tutti una regolata, così non ha più senso …  bisogna cambiare mentalità … bisogna incidere sui più piccoli, i cui genitori a volte sono pessimi: proprio sabato sono intervenuto in un’altra partita per sedare gli animi. La violenza si è decuplicata, siamo a livelli di allarme a Modena”.

Mancanza di punti di riferimento

Dalle dichiarazioni di un genitore e di un dirigente sportivo, emergono due elementi significativi ed inquietanti: il primo è il mancato aiuto, da parte delle istituzioni, alla richiesta disperata di una madre, il secondo è il riferimento a genitori “inadeguati” (pessimi dice Credi).

Se mettiamo insieme le due cose, ne esce una miscela esplosiva molto pericolosa. E’ chiaro che qualcosa non va.

I fatti sopracitati sono soltanto due esempi di fenomeni ormai consolidati, che hanno a che fare con il disagio giovanile. Che non riguarda i cambi d’umore adolescenziali dovuti a scompensi ormonali, che da sempre sono appannaggio delle famiglie, ma di vere e proprie sofferenze psicologiche che portano molti ragazzini a scegliere strade inadeguate alla loro crescita. Comportamenti violenti, assunzione di alcool e droga, non possono che essere il prologo di un inferno dal quale non sempre è facile uscire. Per lo meno non senza conseguenze.

Ma che cosa determina tali situazioni? Una parola molto semplice, ma al tempo stesso devastante: solitudine. Se guardiamo con attenzione questi ragazzini “problematici”, ciò che si legge nei loro occhi è una terribile solitudine. Ed essere soli all’inizio del percorso di determinazione del proprio sé, non è propriamente una gran bella cosa.

Stiamo parlando di ragazzini che non hanno punti di riferimento. Vedono nemici dappertutto. Perché hanno a che fare con adulti troppo impegnati ad occuparsi di sé stessi, e che non hanno tempo da dedicare loro. E quando lo fanno, non lo fanno nel modo giusto.

Quindi la colpa è delle famiglie?

E’ un problema più generale, che riguarda gli adulti. Sia nelle difficili vesti di genitori, che in quelle di addetti alla pubblica amministrazione.

Inadeguatezza di famiglie ed istituzioni

Da un lato genitori assenti, o per lavoro o per inadeguatezza, e dall’altro “enti pubblici” che sono diventati ormai degli inutili erogatori di atti amministrativi, dei dispensatori di disagi per la comunità più che luoghi dove erogare servizi utili alla comunità.

Se facciamo un giro per la “bassa modenese” – quella del distretto industriale del biomedicale, dove si produce il 2% circa del PIL nazionale – ebbene, girando per i suoi Comuni facciamo fatica a trovare luoghi di aggregazione giovanile. Facciamo fatica a trovare programmi o progetti dedicati ai giovani, spesso abbandonati per le strade, facile preda di personaggi e situazioni poco edificanti. D’altronde i giovani non rappresentano un target per la “macchina elettorale”. Quindi, perché dedicarsi a loro?

Ricordo anni fa, in Piazza San Carlo, a Napoli, all’interno dell’ex “Reale Albergo dei poveri”, dove un gruppo di “teste dure”, fondò uno dei luoghi più famosi d’Italia per il recupero di giovani sbandati finiti nelle grinfie della camorra: il Kodokan A.s.d. Napoli. Stiamo parlando di un centro sportivo, sociale e culturale d’avanguardia e d’esempio in Italia e in Europa. Un luogo che ha trasformato dei potenziali delinquenti (in alcuni casi effettivi, con tanto di patentino), in persone perfettamente integrate nella società, ed in alcuni casi anche di persone che hanno avuto successo in campo sportivo.

Il motto del “Kodokan” è da sempre lo stesso: “dare un luogo ai meno fortunati dove poter sentirsi alla pari con gli altri”.

Se sostituiamo il termine “meno fortunati” con “bisognosi”, il gioco è fatto. D’altronde tutti i giovani hanno dei bisogni, che non devono, e non sono, per forza determinati da situazioni di disagio. Andare incontro ai bisogni delle persone, in generale, è evidente che significa evitare la formazione di situazioni problematiche. Significa prevenire.

Il bullismo è un fenomeno arginabile?

Il bullismo, quindi, è un fenomeno arginabile? Sono propenso a rispondere in modo affermativo. Se si lavora assiduamente a fianco dei nostri ragazzi (tutti, non solo i nostri figli), se sappiamo essere un punto di riferimento per loro, un porto dove poter approdare in caso di bisogno, allora si. La vera domanda, anzi le vere domande da porsi sono altre: 1. le istituzioni (tutte) sono consapevoli della gravità della situazione? 2. esiste la volontà da parte loro di affrontare il problema in modo concreto, e non limitarsi solo a spendere parole?

Conclusioni

Alle amministrazioni locali consiglierei, se mi è permesso farlo, di riprendere l’ormai antica e desueta funzione di occuparsi in modo attivo dei propri cittadini e della complessa, ma importante, questione giovanile. Le risorse ci sono (e non parlo di quelle finanziarie), vanno solo messe a sistema.

Al giovane lanciatore di cestini spero vivamente che gli venga inflitta una “pena”, se così vogliamo chiamarla, che consiste nell’obbligarlo a fare tre semplici cose: 1. praticare assiduamente un’attività sportiva. Ma che non sia il calcio, per carità. Magari una qualche arte marziale. 2. dedicare un po’ del suo tempo all’assistenza ai soggetti deboli della società. 3. L’ultima consiste nel farsi abbracciare energicamente da dieci persone ogni giorno.

Insomma, i nostri ragazzi non devono essere lasciati soli. Mai.

 

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