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Economia inclusiva: Italia ultima tra le economie avanzate

di Andrea Lodi

Sono trascorsi pochi giorni dalle elezioni politiche dall’esito scontato. Grazie al “rosatellum”, nome impronunciabile dell’ultimo sistema elettorale votato dal nostro parlamento, la politica ha raggiunto l’obiettivo che si era prefissato: garantire la ingovernabilità al nostro Paese. Ma non dovrebbe essere il contrario? Chiede mia figlia. Certo, in un Paese normale sì ma noi purtroppo non abbiamo ancora raggiunto un discreto livello di maturità.

Leggi l’articolo pubblicato su questo giornale il 5/3/18 dal titolo “Storia semiseria di un delirio elettorale”

Questo è l’ultimo (?) indegno segnale di un Paese, che se dovesse essere preso in esame in merito alla sua intelligenza da un popolo alieno per valutarne la convenienza ad invaderci, ci garantirebbe la salvezza assoluta.

Gli investitori stranieri

Purtroppo se continuiamo così, dobbiamo aspettarci un futuro non propriamente dei più rosei. I segnali che stiamo dando agli investitori stranieri, non sono dei migliori. In un mondo che cambia, America a parte che non sta anch’essa attraversando un gran momento, in un mondo dove stanno sempre più avanzando, anche in Europa, realtà in grado di contrastare la forza del Made in Italy, se non corriamo ai ripari, rischiamo che il cosiddetto “italian sound” si trasformi in “italian noise”. C’è il forte rischio che il consistente aumento degli investimenti esteri in Italia avuto nel corso del 2017, nei prossimi anni vada letteralmente bruciato.

Ce ne dà conferma anche il World Economic Forum, che posiziona l’Italia al 27esimo posto su 29 (seguita solo da Portogallo e Grecia) nella classifica dell’inclusività nell’economia tra i Paesi ad economia avanzata.

L’economia inclusiva

Il termine inclusività, intendiamoci, non è una roba da sinistrorsi radical chic, ma si tratta di un concetto molto importante. Esprime infatti la capacità (o meglio l’obiettivo) di un sistema economico di garantire un alto tasso di occupazione, favorendo la coesione economica, sociale e territoriale, e quindi di contrastare la povertà. “L’economia inclusiva  – secondo il progetto WAVE di BNP Paribas – non è solo questione di soldi ma abbraccia la grande sfida relativa alla ricerca di incroci positivi nei quali gli imperativi commerciali del mondo del business vengono orientati in direzione della riduzione della povertà”.

L’indagine del World Economic Forum

L’indice stilato dal World Economic Forum prende in considerazione crescita e sviluppo, in particolare il tenore di vita, la sostenibilità ambientale ma anche l’equità intergenerazionale, definita “protezione delle future generazioni dall’indebitamento”: il cosiddetto rapporto debito/Pil, che in Italia ha raggiunto quota 131,6% nel 2017, uno dei più alti al mondo (la Germania nel 2017 è a quota 66,9%, contro il 76,3% del 2014).

L’indagine ha preso in considerazione i dati di centotre Paesi, tra i quali ventinove sono quelli considerati ad “economia avanzata” (anche Slovenia, Slovacchia ed Estonia).

Purtroppo in Italia la situazione è andata peggiorando negli ultimi dieci anni: l’indice di inclusività infatti ha perso 0,4 punti. Molti Paesi del G20 hanno invece evidenziato trend di miglioramento, tra i quali Australia, Germania, Corea del Sud, Canada, Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Giappone. L’indice di Francia e Germania, ad esempio, è cresciuto rispettivamente di 1,9 e 1,2 punti.

Il rapporto mondiale sulla felicità

L’indice di inclusività va di pari passo con quanto emerso dal “rapporto mondiale sulla felicità” realizzato nel 2017 dalle Nazioni Unite. Tale rapporto prende in considerazioni alcuni parametri, tra i quali ricchezza, lavoro, obiettivi condivisi, buona gestione e solide fondamenta sociali. Anche se la ricchezza non è considerato il primo dei parametri che concorrono a determinare la “felicità di un popolo”, se guardiamo la classifica, osserviamo che c’è una strana coincidenza: ai primi posti della classifica ci sono i Paesi più ricchi. La classifica del rapporto mondiale sulla felicità, infatti, vede tra i primi dieci classificati, dal primo al decimo, Paesi come: Norvegia, Danimarca, Islanda, Svizzera, Finlandia, Paesi Bassi, Canada, Nuova Zelanda, Australia e Svezia.

Gli Usa sono al 14° posto, la Germania al 16°, il Regno Unito al 19°, la Francia al 31° e l’Italia al 48° tra l’Uzbekistan e la Russia rispettivamente al 47° ed al 49° posto.

Sono infatti la garanzia occupazionale ed i buoni redditi che concorrono, in primis, a rendere le persone felici.

Tornando all’analisi del World Economic Forum, si legge nel rapporto che “questa analisi suggerisce che la crescita del Pil è una condizione necessaria ma non sufficiente per raggiungere un progresso diffuso del tenore di vita». In generale, il problema della scarsa inclusività e di conseguenza quello delle crescenti disuglianze, prosegue il documento, «è dovuto a una mancanza di attenzione e di investimento in politiche chiave», sostituiti dall’applicazione nuda e cruda della «legge di ferro del capitalismo». La disuguaglianza socioeconomica «deve essere riconosciuta, messa tra le priorità e misurata come tale per sostenere la fiducia pubblica nella capacità del progresso tecnologico e dell’integrazione economica internazionale di sostenere un tenore di vita migliore per tutti”.

Non si può che essere d’accordo. Non mi risulta però che sia stato un tema trattato in Italia durante l’ultima campagna elettorale. In Germania fanno la “grosse Koalition” per garantire stabilità e governabilità al Paese, qui di “grosse” invece abbiamo altre cose che non si possono dire.

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