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Italia ed Europa: un rapporto difficile

di Andrea Lodi

Come sarà il 2018 per i rapporti tra l’Italia e l’Europa? Molto difficile, pare. L’Italia stenta ad attuare le riforme politico-economiche tanto agognate dalle istituzioni europee. E da Bruxelles non ci sono stati segnali di disponibilità, soprattutto dopo l’esito delle elezioni del 4 marzo.

Erik Jones, direttore del dipartimento di studi economici della John Hopkins University – Sais di Bologna, grande conoscitore del “sistema Italia”, è convinto che la Germania non sia più disposta ad “allocare risorse al meccanismo europeo di stabilità”, ovvero il meccanismo di salvataggio degli Stati in caso di crisi. Lo conferma anche l’attuale Presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble, che ha descritto la necessità che il coordinamento delle politiche fiscali a livello europeo si “concentri sulla stabilità e sui rischi sul sistema finanziario – continua Jones -, e in particolare sul grado di esposizione delle istituzioni finanziarie al debito sovrano del proprio paese. Ancora una volta, il dito è puntato in modo molto chiaro sull’Italia”.

Le conseguenze di questa rinnovata rigidità dei tedeschi arriveranno fino in Italia.

Nel governo tedesco, afferma Jones, “non ci saranno compromessi su questo punto. Eppure un compromesso lo devono trovare, perché se spingono troppo duramente su questo punto, destabilizzeranno il sistema bancario italiano”.

Bankitalia però ci rassicura che il sistema bancario italiano sta vivendo un momento positivo. E’ migliorata la qualità dei prestiti bancari (il flusso dei crediti deteriorati è sceso all’1,7%, dal 6% del periodo della crisi economica) ed i coefficienti patrimoniali delle banche sono aumentati all’11,8%. E’ in atto una riforma del sistema bancario italiano che dovrebbe portare ad una maggiore stabilità della finanza italiana, che accompagnata da una, seppur timida, ripresa dell’economia, dovrebbe delineare un quadro ottimistico per gli anni futuri.

Un quadro che da Bruxelles non vedono allo stesso modo. La maggiore preoccupazione per la Commissione europea è rappresentata dalla politica. Il rischio dell’ingovernabilità, dopo il voto del 4 marzo, è dietro l’angolo. La Germania – che è quella che ha maggiori probabilità di dettare l’agenda delle riforme europee –  chiede più Europa, e da Berlino non possono dimenticare che in Italia i partiti che sono usciti vincitori (?) dalle urne del 4 marzo non dimostrano di essere particolarmente europeisti.

Non è un mistero che il clima pro-Europa si sia molto raffreddato negli ultimi anni in Italia. “In qualche modo dovremo ricostruire quel senso di vocazione europea”, afferma Jones.

Vocazione europea senza la quale, aggiungo, saranno a rischio le relazioni dell’Italia con l’Europa e la capacità di attuare quelle riforme europee che non vadano nella direzione di “rigidità” voluta dalla Germania, ma di “maggiore apertura” come proposto da Macron. Apertura della quale l’Italia, con i conti che si ritrova, ha fortemente bisogno.

Andrea Goldstein, consigliere delegato di Nomisma, ha una visione dell’Europa che si discosta da quella di Erik Jones soprattutto sul fronte dell’economia e della finanza: “su banche e politica fiscale ci sono stati segnali chiari e positivi, l’Europa sta trovando la sua strada su questi temi, fondamentali per la crescita”.

Sul fronte politico Goldstein è preoccupato. In particolare per l’incertezza sull’esito del voto e ancor di più per la vaghezza delle proposte sull’Europa. “Se l’Italia oggi si ritrovasse senza un governo, significherebbe che le scelte che l’Europa prenderà saranno figlie di impulsi provenienti da altri che hanno interessi divergenti dai nostri”.

Il sistema economico e quelle finanziario, da soli, non sono in grado di fare ripartire la crescita. Per usare le parole di Christine Lagarde, Direttore operativo del Fondo Monetario Internazionale, occorre “aggiustare il tetto, finché il tempo è bello”.

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