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Il difficile rapporto tra l’Italia e le start-up

di Andrea Lodi

Secondo i dati del Ministero dello sviluppo economico (con la collaborazione di Infocamere e Unioncamere), il numero delle società innovative in Italia ha raggiunto la quota di quasi 9.000 imprese, con più di 2.000 società attive in Lombardia (Regione capofila con il 24% del totale nazionale). Seguono il Lazio, con 911 (10,2%), che per la prima volta supera l’Emilia-Romagna ferma a 884 (9,9%). Al quarto posto rimane il Veneto con 822 (9,2%), seguito dalla Campania, prima regione del Mezzogiorno con 658 start up (7,4%).

Il Capitale sociale totale sottoscritto dalle start-up ammonta a circa 500 milioni di euro, con un aumento del 18% rispetto al 2017. In media poco più di 56.000 euro ad impresa. Il 70% delle start-up si occupa di servizi alle imprese. Negli ultimi anni è cresciuto in modo significativo sia il numero dei dipendenti che il fatturato. Un dato interessante è l‘elevata propensione delle start-up all’investimento (rapporto tra immobilizzazioni e attivo patrimoniale): il 27,7% rispetto al 4,3% delle imprese “ordinarie”.

I dati sopra esposti presentano quindi un quadro sostanzialmente positivo.

Purtroppo le cose non stanno propriamente così. Infatti, se paragonati ai competitor europei, il fatturato medio, il numero di dipendenti e l’impatto economico delle start-up italiane è molto ridotto.

Ma quali sono i motivi di questa situazione?

Innanzitutto occorre prendere in considerazione la scarsa attenzione degli “investitori istituzionali” sulle start-up italiane. Gli oltre 200 milioni di euro investiti nel 2018 da Business Angel e fondi di Venture Capital italiani, (il doppio rispetto ai 130 milioni di euro del 2017) sono ancora pochi rispetto agli investimenti miliardari realizzati nel resto dell’Europa ed in particolare negli Stati Uniti (che registra quote paragonabili ad una nostra “manovra finanziaria”).

Se a questo aggiungiamo una burocrazia troppo lenta e complessa, purtroppo la propensione al rischio diminuisce. Basti pensare che in Italia, secondo dati forniti dalla World Bank, è necessario investire il 13,4% del proprio reddito per rispettare le procedure per l’apertura di un’attività, contro l’1.9% della Germania, l’1.1% degli Stati Uniti e l’incredibile 0% del Regno Unito.

Oltre alla burocrazia occorre aggiungere le spese elevate che una start-up deve sopportare per sostenere la fase di avvio. Le start-up, infatti, senza particolari agevolazioni fiscali e finanziarie, deve scontrarsi con il primo competitor indiretto che gli si presenta davanti: lo Stato italiano.

Vero che i Governi precedenti hanno dato avvio ad “Industria 4.0”, che ha registrato significativi risultati per le imprese ordinarie, ma che rappresenta comunque uno strumento non particolarmente idoneo per le giovani imprese.

Ne danno conferma anche i nuovi “guru” della comunicazione (e non solo) in un articolo pubblicato nel febbraio scorso. Sto parlando della Casaleggio Associati. Si proprio loro, quelli che hanno dato vita al movimento politico che sta attualmente governando l’Italia, che avrebbero avuto la geniale idea di costituire un fondo misto pubblico-privato di Venture Capital per le start-up innovative, utilizzando, tra l’altro, anche i fondi pensione.

Se quindi la lentezza della burocrazia a rispondere al cambiamento, e una tendenza degli investitori italiani ad avere un approccio conservativo, non ci ha permesso di fare dell’Italia un Hub per start-up, occorre fare affidamento sulla “creatività” dei nostri imprenditori. Nella speranza che non si esaurisca, perché, a quanto pare, sulle iniziative della politica, non c’è da fare molto affidamento.

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