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IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO

di Andrea Lodi

Ogni giorno, strano a dirsi, ad una certa ora viene sera. Hai trascorso la giornata tra lavoro, servizio taxi ai figli, la giornaliera discussione telefonica con qualche gestore di una delle tante utenze che paghiamo mensilmente, una qualche incazzatura negli ingorghi dell’italica burocrazia, poi viene sera. Un senso misto di stanchezza e rilassatezza permane il nostro corpo, la nostra mente. La cena, il divano in salotto e la televisione accesa sul telegiornale della sera. Ma quel piccolo spiraglio di estasi serale svanisce. Il colpevole è il solito politico di turno che per l’ennesima volta offende la tua intelligenza, se ancora ne hai una, con le solite frasi sibilline che non hanno altro scopo che distrarci dalla realtà.

Ad ascoltare i politicanti che da qualche mese sono stati nominati alla guida del nostro Paese, pare che i nostri problemi siano gli immigrati, i vaccini, i vitalizi, il decreto dignità, la promessa di un “reddito di cittadinanza” che stenta a vedersi.

Poi il Governatore della Banca d’Italia, il Ministro delle politiche comunitarie ed il presidente dell’ABI ci raccontano una storia diversa. Una triste storia.

Inizia Visco, raccontandoci che la crescita sta rallentando a causa soprattutto del calo degli ordini provenienti dall’estero (in particolare dalla Germania) e degli investimenti. Un’economia in “frenata” che colloca l’Italia alle spalle dei principali partner europei: nel triennio di “ripresa” 2014-2017, la produttività del lavoro è cresciuta di appena lo 0,3%, dieci volte meno rispetto alla Germania (+3,3%), alla Francia (+3,1%) e alla media dell’Area Euro (+3%).

Uno scenario in forte contraddizione con il governo “Salvini/Di Maio” che ha in programma di aumentare la spesa corrente, e quindi il debito pubblico – ricordiamo che oggi il rapporto debito pubblico/pil è a quota 131,8% – che solo un consistente aumento del pil, e calo della spesa pubblica, può sostenere.

Continua Visco, raccontandoci che il protezionismo è un problema serio per un’economia come la nostra, che le riforme hanno perso slancio e che, proprio per questo, “davanti a una nuova crisi saremmo oggi molto più vulnerabili di quanto lo eravamo dieci anni fa”, quando il rapporto debito pubblico/pil era ancora a due cifre (non superava il 100%).

Paolo Savona, Ministro delle politiche comunitarie, avverte che se continuiamo su questa strada, non dobbiamo porci il problema se conviene rimanere od uscire dall’euro, perché il problema se lo porrebbe qualcun altro. Il vero rischio non è una nostra uscita volontaria, ma che ci caccino.

Anche Antonio Patuelli, Presidente dell’ABI, è preoccupato. Secondo Patuelli infatti l’Italia rischia di “finire nei gorghi di un nazionalismo mediterraneo molto simile a quelli sudamericani”. Il riferimento all’Argentina in perenne crisi finanziaria, è puramente casuale.

Il vero cambiamento non sono le promesse vaghe e giornaliere che vaneggiano gli attuali governanti, in perenne campagna elettorale, che sproloquiano di vacche grasse, sussidi a pioggia e tasse piatte, ma anni di sacrifici necessari a tenere in piedi una baracca che la congiuntura internazionale rischia di rendere ancora più pericolante.

E’ lo stesso Tria, Ministro dell’economia, che pur difendendo l’attuale “manovra” bocciata dalla Commissione europea, afferma che è possibile riformare l’Italia “mantenendo il percorso di riduzione del debito pubblico ed evitando un’inversione di tendenza nell’aggiustamento del saldo strutturale”.

In altre parole: non c’è trippa per gatti. Ma i “nostri” sapranno girare la questione a loro favore, perché è colpa dell’Europa se non possiamo dare il reddito di cittadinanza agli italiani. Così come è colpa dei “mercati” (leggasi qualche speculatore che ce l’ha con l’Italia) se lo spread BTP-Bund sale ed oltrepassa considerevolmente quota 300. Non è a causa di un clima di incertezza, di quotidiane dichiarazioni di un Ministro – Salvini – che (s)parla come un “incazzato da bar”, dimenticandosi di essere un Ministro della Repubblica italiana. Non sono le agenzie di rating che decidono che il nostro debito è più rischioso – oltretutto dichiarando che lo faremo crescere – a fare togliere la fiducia dei mercati nei confronti dell’Italia. No, secondo i “nostri” no.

In conclusione abbiamo un’emergenza chiamata debito pubblico. Dobbiamo cominciare a pensare che sia il caso di smettere di spendere più soldi di quelli che abbiamo. Dobbiamo cominciare a pensare di smettere di promettere sogni che non si possono realizzare, e che occorre disinnescare l’incubo di una spirale di sfiducia nei confronti dell’Italia che manderebbe all’aria la nostra credibilità, i nostri conti pubblici, la nostra permanenza stessa in un’Unione Europa della quale non possiamo fare a meno. Al netto di tutte le chiacchiere e di tutti i giocolieri in perenne campagna elettorale, è questa la vera questione.

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