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I costi dello shutdown americano

di Andrea Lodi

Il blocco parziale delle attività amministrative federali americane è ancora in atto.

Il Presidente americano vuole assolutamente il muro ai confini con il Messico: “farò tutto il necessario”, avrebbe dichiarato nei giorni scorsi, “il pubblico americano chiede il muro”.

Quest’ultima affermazione pare però non essere supportata dalla realtà. Ma si sa quanto il Presidente abbia un rapporto alquanto particolare (per non usare altre espressioni politicamente scorrette) con tutto ciò che esce dal suo modo di intendere la realtà.

Un pubblico americano che, a quanto pare, conosce solo lui. Da alcuni sondaggi, infatti, di cui non è nota la fonte, pare che solo meno di un terzo dell’elettorato consideri la sicurezza dei confini americani, tra le prime tre priorità del Paese.

Inoltre, varie fonti sia repubblicane che democratiche, considerano il muro un inutile spreco di soldi perché inefficiente per il controllo dei confini con il Messico. Gli americani hanno una lunga esperienza nell’ambito della sicurezza nazionale, e gli esperti sanno bene che l’unico modo per tenere sotto controllo i confini è un presidio continuo e organizzato con tecnologie all’avanguardia. D’altronde sono proprio gli americani che hanno insegnato agli israeliani come tenere sotto controllo i confini con la Palestina.

America first

Un uomo solo al comando che, in un sistema sempre più globalizzato, ha l’obiettivo di isolare l’America dal resto del mondo. “America first” è il suo motto. Il muro, per il Presidente, non è soltanto un (inutile) strumento di controllo dei confini con il Messico, ma è soprattutto un simbolo della sua “mission” – oltre che un appetibile gigantesco appalto per i suoi amici costruttori – un muro che, come i grattacieli e gli edifici che ha eretto in anni di duro lavoro, porterà il suo nome, c’è da scommetterci. Trump punta all’eternità.

Un uomo solo al comando di un progetto che nessuno vuole. Un Trump contro il Congresso che non vuole stanziare i cinque miliardi di dollari per il muro, contro la Federal Reserve, contro il suo ormai ex segretario alla Difesa, contro gli alleati, contro le istituzioni internazionali e contro i media. Un “conflitto” che sta costando parecchi miliardi agli americani.

I costi dello shutdown

Lo shutdown del 2013, che durò 17 giorni sotto la presidenza di Barack Obama, voluto dai repubblicani nel tentativo di far fallire l’ambiziosa riforma sanitaria Obamacare, costò circa 24 miliardi di dollari (1,4 miliardi al giorno), vale a dire lo 0,6% del Pil del quarto trimestre di quell’anno.

Un calcolo preciso di quanto possa costare lo shutdown è difficile da ipotizzare, perché dipende da quanti servizi vengono “bloccati”, per quanto tempo e in quale quadro politico e socio-economico inserirlo.

Secondo Standard & Poor’s lo shutdown può costare 6,5 miliardi di dollari alla settimana, tra costi diretti e indiretti. Goldman Sachs ha invece ipotizzato un costo ben superiore che si aggira attorno allo 0,2% del Pil. Nel caso di questo blocco parziale, la stima si aggira su circa 1,3 miliardi a settimana. Il rischio grave e difficile da misurare è però quello politico, in termini di percezione di responsabilità e di credibilità di un governo che già da tempo mostra segni di cedimento. Senza considerare come risponderanno i mercati al braccio di ferro voluto da Trump con il Congresso. Un “costo” che può vanificare quota parte dell’importante tasso di crescita del 4,1% dell’economia americana nel 2018.

Insomma, un Trump solo contro tutti, esponente di una contraddizione che sta vivendo l’America, indecisa tra globalismo e nazionalismo.

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