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Religione, il 53% degli immigrati che arrivano in Emilia sono cristiani

Lungo la via Emilia convivono religioni e confessioni diverse portate dalle ondate migratorie ma non si può parlare di nessun tipo di invasione. Questo – osserva una nota della Regione – è uno degli aspetti che emerge dalla ricerca “Monoteismi in Emilia-Romagna” sviluppata dal Gruppo ricerca e informazione socio-religiosa (Gris), dall’Osservatorio sul pluralismo religioso e dal Dipartimento di storia e culture dell’Università di Bologna, promossa dall’Assemblea legislativa. L’incontro di presentazione di oggi in viale Aldo Moro 50 rappresenta una tappa fondamentale di un percorso di analisi e approfondimento sulle religioni degli immigrati nella nostra regione.

“La nostra Costituzione” spiega la presidente Simonetta Saliera “riconosce la libertà di credo. Per l’Assemblea è importante quindi promuovere la conoscenza della nostra società anche dal punto di vista religioso, per rimuovere comportamenti violenti e intolleranti. L’odio, il rifiuto del diverso e il rancore non sono certo sentimenti divini”.

Due anni fa, spiega Giuseppe Ferrari, segretario nazionale del Gris, moderatore dell’incontro, la ricerca si era focalizzata sulla presenza dei centri islamici nella nostra Regione, realizzando una prima mappatura – visibile sul sito dell’Osservatorio. Ora l’approfondimento si concentra anche sulle religioni cristiane (ortodossi e copti, cattolici, evangelici e comunità immigrate cristiane). “Per la prima volta una regione italiana mostra un quadro abbastanza esaustivo della situazione religiosa spirituale” commenta Ferrari.

“I dati sia a livello regionale sia nazionale, mostrano che siamo lontani da una invasione islamica” spiega Pino Lucà Trombetta, dell’Osservatorio sul pluralismo. Il 53% degli immigrati in Emilia-Romagna è di appartenenza cristiana, solo il 33% musulmana. E in valori assoluti, quindi 284 mila cristiani immigrati contro 179 mila musulmani. Più in specifico nella nostra regione, tra i cristiani, il 30% è ortodosso, il 17,8% cattolico, il 5% evangelico.

Le ricerche svolte dai ricercatori dell’università si sono concentrate quest’anno su protestantesimo, pentacostalismo e comunità immigrate cattoliche. Un lavoro difficile, di verifica sul campo, e non solo di mappatura: vengono anche approfonditi aspetti dell’organizzazione interna, leadership, reti di solidarietà, e soprattutto di politiche di conservazione e trasformazione dell’identità. “L’obiettivo” spiega Trombetta “era capire il ruolo delle comunità di immigrati nel processo di integrazione sul territorio”. Spesso si tratta di realtà precarie, difficili da censire. Ciò che colpisce, sottolinea Trombetta, è che in questi anni c’è stato un processo di contaminazione fra immigrati e autoctoni e che nelle comunità religiose si sono sviluppate nuove “identità sintetiche”, ovvero con una religione diversa da quella del paese d’origine.

Chiese protestanti – Il protestantesimo nella nostra regione è un universo molto eterogeneo – spiegano le ricercatrici dell’Università di Bologna. Sono 172 le chiese protestanti (di varie denominazioni, evengeliche storiche, pentecostali, etniche) nella nostra regione. Di queste il 39% è composto da migranti. L’immigrazione ha dunque un impatto importante, anche se il protestantesimo è un fenomeno ben radicato e storico in Emilia-Romagna. Più in specifico, si contano 53 chiese nella provincia di Bologna, 6 a Ferrara, 12 a Forlì-Cesena, 33 a Modena, 34 a Parma, 11 a Piacenza, 6 a Ravenna, 9 a Reggio-Emilia e 8 a Rimini.

Le maggiori provenienze nelle chiese evengeliche sono dei cittadini delle Filippine (al 10° posto come presenze in regione) soprattutto a Bologna, del Ghana (al 13° posto) in primis a Modena, dalla Nigeria (11° posto), e dai gruppi evengelici dell’Est Europa (Ucraina, Moldavia e Romania). In molte chiese (metodiste, battiste, valdesi, avventiste, pentecostali etc) convivono immigrati e autoctoni.

Le comunità di cattolici immigrati sono 54 e variano soprattutto in base alle etnie (ad esempio: africani francofoni e anglofoni, nigeriani, albanesi, bengalesi, eritrei, filippini, latinoamericani, polacchi, srilankesi, ungheresi, cinesi…). Nella provincia di Bologna sono 15, a Rimini 6, a Reggio Emilia 5, a Ravenna 7, a Piacenza 2, a Parma 7, a Modena 6, a Forlì- Cesena 7 e a Ferrara 1.

Chiese ortodosse- E’ finito il “monopolio cattolico”: la seconda religione, dopo il cattolicesimo, è quella ortodossa. Nella nostra regione sono 160 mila gli ortodossi suddivisi fra patriarcati di appartenenza. “Anche qui si tratta di realtà fortemente eterogenee, che riflettono in parte le politiche migratorie” spiega il ricercatore. Non si può parlare solo di migrazione femminile, negli ultimi anni è emerso che gli ortodossi sono anche giovani e composti da famiglie con bambini piccoli. Si contano 65 realtà cristiano-ortodosse suddivise per chiese stabili, missioni o sedi distaccate, comunità informali, un monastero e luoghi di sepoltura. Dal punto di vista provinciale, Bologna è in testa con 17 realtà, Ferrara con 9, Rimini con 9, Modena con 8, Ravenna con 6, Reggio Emilia con 6, Parma con 4, Forlì-Cesena con 3 e Piacenza con 3. Vi è una predominanza di chiese e missioni appartenenti al Patriarcato di Romania, seguite da quello di Mosca e Costantinopoli, più contenuto il numero di chiese copte o eritree.

Islam- Il primo lavoro di mappatura dei centri islamici risale al 2016, ma, come spiega la ricercatrice, i dati cambiano visto che soprattutto nei piccoli comuni i centri religiosi si spostano o chiudono. In tutto sono state mappate in Emilia-Romagna 168 realtà – e si tratta perlopiù di associazioni culturali poiché spesso manca il riconoscimento istituzionale. La ricerca quest’anno ha approfondito però soprattutto le attività svolte da questi centri. Emerge che l’80% porta avanti attività spirituale, il 56% si occupa di assistenza ai migranti (mediazione linguistica, aiuti legali, donazioni…), il 73% organizza attività culturali aperte alla cittadinanza. Altri dati interessanti: 18 centri organizzano attività sportive (cricket in testa ma segue il calcio – questo dimostra la volontà di integrazione dei nuovi migranti) e 7 sono associazioni di sole donne, a indicare l’emergere di una nuova voce femminile nel mondo musulmano.

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