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Quel filo di solidarietà tra Kathmandu e Finale Emilia – LA STORIA

FINALE EMILIA – Cè un immaginario filo rosso, lungo più di 6 mila chilometri, tra Finale Emilia e Kathmandu,in Nepal. E’ un filo di solidarietà, che trasporta da Finale medicine e vestiti per bambini nella disastrata terra nepalese. A reggerlo è Antonella Diegoli, insegnante di Finale e attivista del Movimento per la Vita.

In Nepal nel 2015 un terremoto da 7.8 gradi di magnitudo portò morte e distruzione. Le immagini fecero il giro del mondo, e a guardarle da uno schermo a Finale Emilia c’era anche la Diegoli. “Vedendo cosa era accaduto  – racconta lei – e ricordando quello che avevamo vissuto noi poco prima col nostro terremoto, ho sentito fortissimo l’impulso di fare qualcosa per aiutare questa povare gente, specie i bambini”. Detto, fatto. “Ho cominicato a mandare messaggi alle chat del movimento per la vita, quella del gruppo del rosario, agli amici del gruppo delle famiglie: tutti erano sconvolti, volevano fare qualcosa”. Nasce così il progetto “Sanu Thoppa”, Piccola Goccia, che si propone di raccogliere fondi beni qui in Emilia e portarli in Nepal.

Operazione molto delicata, perchè esperienza insegna che ci sono casi in cui gli aiuti vanno proprio portati di persona, sia perchè Kathmandu non è proprio dietro l’angolo. Ma nulla spaventa la battagliera Diegoli.

Qui a Finale mobilita le farmacie di Finale Emilia e Buonacompra che donano medicine e farmaci, con i soldi dell’associzione si acquistano abiti e cose utili per i bebè. Con gli studenti si organizza anche uno spettacolo di beneficenza al Teatro Tenda. In contemporanea si cerca un progetto affidabile da finanziare e soprattutto un punto di appoggio in Nepal, qualcuno che aiuti dal punto di vista organizzativo e logistico. Il contatto giusto è fratel Giuseppe Ramani, il quale al tempo del nostro terremoto era agli Obici ma è nepalese e la sua famiglia abita vicino a Kathmandu. Quando tutto è pronto Diegoli, marito, figlio e un’amica, accompagnati da due due ragazzi del Movimento nazionale giovani che avrebbero poi aiutato come traduttori, poco dopo Natale partono per Kathmandu.

Che impressione avete avuto?

Il Nepal  – riponde Antonella Diegoli, nella foto a sinistra – è una paese accogliente, pulito. Il terremoto ha fatto gravissimi danni e ancora tanti vivono nella case puntellate. I soldi per la ricostruzione arrivano soprattutto dai turisti stranieri, infatti le visite ai monumenti storici della capitale costano davvero molto. La povertà si tocca con mano: eravamo in un hotel misero, senza riscaldamento, acqua calda contingentata.
Noi avevamo come referente per i nostri auti Soman, un nepalese che si è attivato dopo la liberalizzazione dell’aborto organizzando una rete di volontari per aiutare le donne in gravidanza cui offre una casa famiglia e la possibilità di studiare.

Quale è la situazione della maternità in Nepal?

Dopo il terremoto mancavano all’appello tanti bambini che non si sa che fine abbiamo fatto. Subito dopo il Governo ha chiuso le frontiere per fortuna, ma in generale in Nepal l’aborto è molto frequente (in un caso su quattro riguarda le minorenni, Ndr). Non si può avere bambino fuori dal matrimonio. Quindi le donne single sono in un certo modo obbligate a abortire, anche se hanno avuto uno stupro. Se invece vogliono tenere il bambino, l’unica prospettiva è darlo in adozione. Le adozioni la gestisce lo Stato, tramite agenzie. Lo Stato ti vende il bambino, si paga una sorta di una tassa.
Ne abbiamo visti tanti nella casa di accoglienza di Soman.  Vedere quei bambini… è stato come rivivere il nostro terremoto. Di maternità nelle catastrofi non se ne parla mai, essere incinta quando accade una tragedia può essere motivo di ripresa immediata perché da forza o, al contrario, portare al blocco totale. Abbiamo avuto parti difficilissimi dopo il nostro terremoto nella Bassa.

Come si può superare la diffidenza di chi vorrebbe donare ma ha paura?

“Vorrei donare ma non mi fido”, si dice spesso. Non rispondo io, io garantisco fin dove posso arrivare. Ma è poco importante, perchè tu dai perché senti il bisogno e il desiderio di dare. Il tuo pezzo l’hai fatto, non puoi astenerti per la paura che dall’altra parte manchi la trasparenza.
Altro discorso che si fa è “Prima gli italiani”. Sì, gli italiani li aiutiamo, a Finale facciamo progetti con l’amministrazione comunale e li seguiamo strettamente per consentire alle famiglie di tornare a camminare con le proprie gambe,. Per gli italiani sono progetti impegnativi, le cifre sono alte. Per il Nepal è un po’ come un caffè sospeso: basta poco, con 3 euro si mangia in una famiglia.

Quali iniziative di finanziamento realizzate?

A Kathmandu servono un ecografo portatile e una culla termica perchp nelal casa di accoglienza riscaldamento non c’è e le temperature vanno da meno 5 a più 16 in inverno. Ora cercheremo finanziamento per queste cose: vogliamo costruire una  rete. Tra le iniziative di finanamento la vendita delle pashimine che abbiamo comprato in Nepla. Il prossimo 31 gennaio a Casa Magagoli organizziamo un Masala Tea per fare found raising.

 

 

 

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