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Aemilia…l’importanza della memoria – di Elisa Bortolazzi

Aemilia, la fine dell’innocenza” questo il  titolo del convegno tenutosi venerdì 22 marzo 2019 presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Modena e Reggio Emilia, il quale ha annoverato tra i relatori il Dottor Marco Mescolini, Pubblico Ministero nel processo Aemilia ed attuale Procuratore Generale della Procura della Repubblica di Reggio Emilia; l’Avvocato Enza Rando, vice presidente dell’Associazione Libera contro le Mafie; il giornalista Giovanni Tizian e l’Avvocato penalista Salvo Tesoriero.

La maggior parte di persone associa alla locuzione organizzazione mafiosa l’utilizzo delle armi e della violenza, intesa quale “aprire il fuoco”; tale assonanza è inesatta.

L’organizzazione mafiosa si configura per la presenza di tre elementi: la forza di intimidazione del vincolo associativo (da intendersi quale capacità del mafioso di ingenerare, mediante il suo comportamento o la “sua fama”, paura in determinati soggetti); l’assoggettamento derivante dal primo e l’omertà.

Tutto ciò premesso, oltre a tale peculiarità “standard” enucleate nell’art. 416 bis c.p.p. a definizione, per l’appunto, della locuzione organizzazione mafiosa, ogni realtà malavitosa presenta caratteristiche sue proprie.

Nel processo Aemilia si possono evidenziare, almeno, tre peculiarità:

  • non vi è stato riciclaggio di denaro, bensì reimpiego di quest’ultimo. In altri termini, la mafia impiegava risorse di origine illecita in attività economico-finanziarie;
  • vi erano professionisti che collaboravano, seppur dall’esterno, con gli esponenti mafiosi; nonostante avessero contezza della circostanza per la quale stessero intrattenendo rapporti con persone malavitose;
  • inizialmente, non vi fu alcun pentimento da parte delle persone coinvolte nell’indagine. Il ravvedimento di alcuni imputati avvenne, solamente, dopo la conclusione della fase dibattimentale; cosicché i condannati non beneficiarono di tale attenuante.

Evidenziate le peculiarità giuridiche del processo Aemilia, occorre soffermare l’attenzione “sul patrimonio ereditario” che quest’ultimo ci ha trasmesso e che, di conseguenza, ognuno di noi ha il dovere di mantenere vivo, attraverso la cultura e l’informazione.

Innanzitutto, il processo oggetto di trattazione permette di comprendere come l’organizzazione mafiosa provi a radicarsi in ogni ambito dell’attività professionale e/o lavorativa, siccome il suo obiettivo principale è quello di avere a disposizione dell’attivo circolante – come si suol dire al mafioso si può toccare ogni bene ma non il portafoglio!-. In secondo luogo, la vicenda di Aemilia evidenzia come vi siano professionisti che, pur essendo consapevoli di intrattenere rapporti con la malavita non li rifiutano, sulla base dell’errato presupposto che i legami possono essere interrotti in ogni momento con una semplice denuncia. Tale credenza non è assolutamente condivisibile, quando si instaurano rapporti con la mafia non è semplice reciderli, sia per il vincolo di assoggettamento che si viene a creare tra “il capo” e “l’esecutore”, sia per il sentimento di paura e di omertà che si ingenera in quest’ultimo.

Da quanto poc’anzi scritto, si evince come la mera denuncia non sia sufficiente per contrastare la criminalità mafiosa; ma occorra, anche, “un’educazione alla legalità”.

Vi sono svariati modi per “apprendere la cultura della legalità”, come ad esempio permettere alla collettività di partecipare ai processi per capirne le dinamiche e viverne emotivamente “il clima” – a tal proposito, degno di menzione è l’impegno dell’Associazione Libera contro le Mafie, grazie al quale gli studenti hanno potuto assistere alle udienze-; ovvero sensibilizzare i mass media perché trasmettano informazioni relative ai processi in corso ed, infine, organizzare incontri con professionisti che si siano occupati del tema, affinché la collettività abbia contezza di quello che si è effettivamente verificato e lo possa tramandare, in maniera tale da tenerne viva la memoria.

In altri termini, il processo non deve essere un qualcosa di scollegato dalla realtà, il quale una volta celebrato perde la propria utilità; ma, al contrario, deve essere un qualcosa che permetta alla collettività di accrescere la propria cultura, affinché non commetta i medesimi errori e preservi gli interessi pubblicistici ad esso sottesi.

In conclusione, credo che ognuno di noi, seppur nel suo piccolo, possa fare qualcosa per provare a sconfiggere la criminalità mafiosa, come ad esempio “Parlare della mafia. Parlarne alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlarne!” come affermava il Giudice Paolo Borsellino.

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