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“Cogito ergo Suv”, da Concordia una guida semiseria alla filosofia del volante

“Cogito ergo Suv”,  da Concordia una guida semiseria alla filosofia del volante. L’ha scritta il giornalista Carlo Mantovani.

LA PRESENTAZIONE

Il residente abituale di quell’“esoscheletro a motore” che è l’automobile, ovvero l’automobilista, ora ha il proprio Libro. Scordatevi però le tavole della Legge. È infatti, un libro più descrittivo che prescrittivo il “Cogito ergo Suv” (Torino 2016, 197 pagine, 14 euro) di Carlo Mantovani, giorn-artista nel senso di giornalista creativo che sta tra l’umorista e il disegnatore satirico, collaboratore di Voce dove tiene da anni la rubrica Diario minimo. Descrittivo, si diceva, nel senso che la fenomenologia dello stare in auto – subendola, usandola, restandone vittime o facendone un’arma contro il prossimo – viene trattata in queste pagine con una dovizia di particolari e di casistiche e con una vastità di riferimenti da lasciare il lettore senza parole. Ma anche in pace con se stesso, sia per il buonumore sottile e intelligente che stimola la lettura che per la consapevolezza che i propri tic al volante e le arrabbiature per i comportamenti stradali altrui sono materia condivisa e universale, se possono assurgere a dignità letteraria. In coerenza con il titolo, è una “Storia della filosofiat, ovvero la filosofia vista dal finestrino” quella che apre l’agile e divertente libretto, dove gli Illuministi, per fare un solo esempio, sono quelli che tengono i fari accesi anche nel sole più abbagliante (il Codice lo permette) salvo viaggiare la notte con un fanale solo per l’eccessiva usura diurna dell’altro (e questo il Codice lo punisce). Segue il trattato sulle varie forme di comunicazione stradale, da tutte le modalità di impiego del clacson al linguaggio volantese non verbale (i gesti), orale e scritto, inclusi i graffiti lasciati sulle fiancate. Il libro prosegue, soffermandosi sulle origini delle incazzature da traffico, sul mistero degli adesivi delle compagnie di navigazione incollati alle auto (“Quelli che non staccano mai”), sul mutitasking praticato al volante fra spuntini, make up e messaggi facebook dal cellulare, sull’analfabetismo “di andata e ritorno” in materia di segnali e rotatorie, sulla psicopatologia dei proprietari di Suv, su quell’atto d’amore che è il lavaggio dell’auto, sul mistero dell’Universo che si espande mentre i parcheggi sono sempre meno, e così via… Fino a culminare nel capitolo cult della guerra quotidiana tra automobilisti e tutori della legge (“Gli automobilisti bisognerebbe multarli da piccoli”) introdotto dalla metafora letteraria trapiantata e travisata da Edmond Rostand: “Una multa è un apostrofo piuttosto nero tra le parole m’hanno beccato”. Di riferimenti letterari, del resto, gronda l’ampia dissertazione di Mantovani sull’uso e sull’abuso dell’auto, magari con qualche dérapage come “Guerra e Pace” attribuito a Dostoevskij, invece che a Tolstoj L’autore ci sguazza, nei doppi sensi, nelle traslitterazioni e nelle assonanze (“Quattro amici al car…wash”, “Dr. Jekyll&Mister Suv”, “Non avrai altro Diesel al di fuori di me”…), rivelando una strabiliante creatività dietro la quale si intuisce una cultura nient’affatto masticata ma, verrebbe da dire, ampiamente digerita. Come tutti consigliano, prima di mettersi al volante. f. m.

 

INTRODUZIONE

Dimmi come guidi e ti dirò chi sei.

 

Andrebbe scritto sulla carta d’identità: automobilista. Perché, al di là della foto e dei dati anagrafici – e naturalmente della multa sotto il parabrezza, di fronte a cui è inevitabile andare fuori di sé – seduti al volante siamo davvero noi stessi. Inebriati dall’illusione di anonimato che offre l’abitacolo, appena indossiamo quella sorta di esoscheletro a motore che è l’automobile ci trasformiamo. Un po’ come i lupi mannari: con la differenza che a loro serve la luna piena, mentre all’automobilista basta che di pieno ci sia il serbatoio. Dal maschio alfa, al maschio Alfa Romeo. Allacciando le cinture, ci liberiamo da titoli, ruoli, maschere e finzioni. E ci mostriamo per come realmente siamo: prepotenti o ansiosi, cinici o vendicativi, pavidi o esibizionisti. Se dietro a quella immagine rispettabile da buon padre di famiglia si nasconde un mezzo esaltato, se sotto il tailleur impeccabile si cela un’amazzone della strada, state sicuri che quando guidate si nota benissimo. Sperando, ovviamente, che la targa si noti un po’ meno e nessuno chiami la  Stradale.

Che le cose non sempre siano come sembrano, lo conferma l’immaginario collettivo, dove l’auto è simbolo di liberta e divertimento: un giocattolo costoso, un piacere per adulti. Peccato che libertà del conducente, al giorno d’oggi, si riduca a scegliere se pagare in posta o al comando della polizia municipale. E guidare, se non l’avevate capito, non è un gioco. Ma se lo fosse, somiglierebbe molto ad una versione perversa del Monopoli: con tantissimi imprevisti e scarsissime probabilità di potersi rilassare. Anche se la vostra polizza non lo dice, quando si guida lo stress è la prima cosa ad essere assicurata. E non solo perché in giro, più che patentati, sembrano esserci imbecilli patentati; o perché, nel microcosmo della mobilità urbana, gli auto-muniti risultano spesso auto-scimuniti. La vita dell’automobilista, se ci pensiamo, è una sfiancante successione di obblighi, limiti e divieti: che mischiati al traffico dell’ora di punta, danno vita ad un cocktail esplosivo che rischia di farci perdere il controllo. Pur avendo aspetti positivi, come gettare il mozzicone in faccia ai ciclisti o di schizzare l’acqua delle pozzanghere sui passanti, guidare è un’attività snervante, che finisce per condizionare le nostre vite e il nostro modo di vedere le cose: nel mondo delle quattro ruote, in effetti, la coda non una caratteristica degli animali, la statale non è una scuola, e la marcia, specialmente quando scendete dall’auto dopo essere stati tamponati al semaforo, non è quella della pace.

 

Non resta che pregare e sperare che San Cristoforo, protettore degli automobilisti, compia il miracolo: e, per una volta, riusciamo ad arrivare a casa senza perdere la pazienza o i punti sulla patente. O almeno che, forti del suo aiuto, riusciamo a perdonare i nostri colleghi più indisciplinati: chi ci taglia la strada e chi non mette la freccia; chi va troppo veloce e chi procede troppo lento; chi ci imbottiglia l’auto e chi, addirittura, ci soffia il parcheggio. In attesa di un futuro migliore, dove i vigili, invece della multa, ci danno una pacca sulla spalla e i parcheggi blu sono ad offerta libera, accantoniamo i nostri problemi e saliamo di nuovo a bordo. E l’ultimo, come avrebbe detto l’assistente di Nick Carter se avesse avuto una monovolume, chiuda il portellone.

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