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Da X Factor agli Skiantos, passando tra blues e pop. Da Cavezzo ecco Nevruz, che pubblica il suo nuovo album

CAVEZZO – Da X Factor agli Skiantos, passando tra blues e pop. Da Cavezzo ecco Nevruz, che pubblica il suo nuovo album. Si intitola “Il mio nome è nessuno” il terzo e ultimo album di Nevruz. Il nuovo progetto discografico del versatile cantautore di Cavezzo – prodotto da Alberto Benati e pubblicato dalla Molto Recording – contiene 18 tracce inedite. Una tracklist poliedrica e una miscela esplosiva di generi musicali: dal rock al jazz passando per il blues e il pop.

Nevruz Joku è un personaggio eccentrico: capelli lunghi, una folta barba e un bizzarro turbante che non abbandona mai. I più lo ricorderanno per aver partecipato alla quarta edizione della trasmissione musicale X Factor dove, scelto da Elio e le storie Tese per la categoria under 25, si è aggiudicato il terzo posto.

Nevruz, che vive a Cavezzo, è un asceta del duro lavoro e della vita solitaria. Lo abbiamo incontrato lontano dai glitterati palchi televisivi e abbiamo trovato un portentoso vulcano di idee e nuovi progetti.

 Cominciamo con una curiosità, qual è l’origine del tuo nome?

Sono di sangue misto: mio padre è un batterista zigano del Kosovo e mia madre ha origini casertane. I nonni paterni avevano discendenze turche e kurde. Di mio nonno, in particolare, so che era un medico di Kobane e che si chiamava Nevruz. Ho solo ereditato il suo nome.
Mio padre è stato completamento assente fin da quando ero piccino. Sono cresciuto con mia madre e con la sua famiglia, emigrata al nord, nella Bassa Modenese tra la metà degli anni ‘80 e gli anni ’90. Nevruz è comunque un nome importante per la cultura curda: il Newroz è l’equivalente del nostro Capodanno e viene celebrato il primo giorno di primavera, letteralmente “il nuovo giorno”.

Ai tuoi esordi con la band Water in face, hai calcato i palchi più importanti dell’entertainment italiani: dall’Arezzo Wave al Rolling Stones di Milano. Che ricordo hai di quegli anni? 

Ho memoria di una fame “pesissima” in tutti i sensi e una grande spensieratezza dovuta alla nostra giovane età. Sicuramente dei bei ricordi. Un nostro concerto era una vera e propria esperienza tutte le volte: sia per noi che eravamo sul palco e sia per le persone che venivano ai nostri concerti. Dal niente assoluto ci siamo ritrovati, nello stesso anno, sui palchi più importanti del Rock.
Ricordo di aver abbandonato la casa famiglia dove abitavo e lavoravo come giardiniere, per inseguire il mio sogno e trasferirmi a Bologna. Con il denaro destinato alle tre caparre per una piccola stanza in affitto ho comprato una batteria Ludwig e, una volta rimasto senza soldi, ho dormito per qualche mese alla stazione di Castel Maggiore. Grazie all’aiuto economico di un amico di Funo siamo riusciti a registrare il nostro secondo Ep “13Hours” inviandolo ai concorsi dell’Heineken Jammin Festival e all’Arezzo Wave 2006 ottenendo i Main Stage di entrambe le competizioni. Proprio sul più bello, a un passo dal contratto con una major, dopo essere stati selezionati da Mario Riso per il Jack Daniel’s Tour 2007 e la possibilità di rappresentare l’Italia Indie Rock agli Mtv Awards il mio socio ha scelto, credo per semplici manie di protagonismo,  di sciogliere il gruppo e mollare il progetto. Ho perso così uno di quei treni che probabilmente passano una sola volta nella vita e tutto è finito in una ridicola azzuffata tra noi due.  Nel 2002 abbiamo tentato una reunion: ma a lavare la testa all’asino, si perde il tempo e il sapone.

Il tuo percorso artistico è costellato di competizioni:la partecipazione a  X Factor, la vittoria a Sanremo Rock, il premio Tenco. Quanto e come hanno influito sulla tua produzione musicale?

Sicuramente mi hanno motivato moltissimo: soprattutto in un percorso fatto di cadute, fallimenti e insuccessi. Ho cercato di tracciare un percorso artistico autentico, con un’identità tutta mia. Correndo il rischio di non piacere necessariamente a tutti.

Sulla tua pagina Facebook hai definito X Factor un “reality distruttivo per i talenti italiani”. E’ un percorso che quindi non consiglieresti a un cantante emergente? 

Il mio è stato uno sfogo in un periodo molto buio. Era un attacco al sistema che si celava dietro ai talent in generale, basandomi anche su quella che è stata la mia esperienza a x Factor.
Subito dopo la mia partecipazione al talent, infatti, la Sony mi aveva proposto una collaborazione come interprete: io avevo però l’esigenza di far uscire un primo album con pezzi scritti e composti da me. Elio e le storie Tese hanno scelto di sostenermi in quel momento producendo con la loro etichetta indipendente Hukapan il mio disco “La casa e gli spiriti perduti”. Di fronte alla possibilità di scegliere tra “fare la mia arte” e il “passivo interprete” ho scelto la prima, rinunciando a un contratto con la Sony. Questo per dire che, se finito il talent, un artista non ha la possibilità di esprimere la propria arte mettendo la propria voce al servizio esclusivo dell’azienda questo è un approccio deleterio per l’arte stessa. Spero che negli anni le cose si siano evolute.

Hai vissuto in prima persona il dramma del sisma nella Bassa Modenese del 2012 che ha distrutto la casa dove vivevi a Cavezzo. Come ti sei ripreso da questa terribile esperienza?

Come ho sempre fatto nella mia vita: rimboccandomi le maniche e ricominciando da zero. Non è stato affatto facile, per me fu devastante su molti fronti. Chi conosce la mia storia e il mio vissuto sa bene quanto fosse importante per me quel luogo. La casa, comunque, mi è stata riconsegnata soltanto quest’anno.

Hai dichiarato che nei tuoi lavori ti “Lasci contaminare” il più possibile. In realtà sei davvero un artista eclettico: regista di videoclip, ideatore di una particolare chitarra che fa da chitarra elettrica, da basso elettrico e da sinthe, e anche un’esperienza a teatro. Quanto è importante per te sperimentare?

Sperimentare per me non è importante: è semplicemente l’unico linguaggio che conosco

Che rapporto hai con la Bassa Modenese?

Un rapporto di amore e odio, un po’ come tutte le relazioni sincere e passionali. Mi considero un uomo di mondo, ma qui in Emilia ho posato le mie radici amando profondamente anche le mie origini campane e curde. Poi chissà dove possa arrivare il mio albero genealogico (ride).

Ho affondato le mie radici a Cavezzo con quella libertà che contraddistingue un po’ tutti gli esseri umani di sangue misto che non hanno, per natura, confini. Soprattutto nella mente.

 Quali progetti hai per il tuo futuro?

Da qualche anno, insieme all ’associazione Trame 2.0 di Modena porto avanti il progetto La voce che cura” un laboratorio di canto armonico che, negli anni, ha avuto sempre più successo e un numero di partecipanti in continua crescita. Ho intrapreso anche la strada dell’insegnamento di canto – pop, rock e sperimentale – sia nelle scuole con dei progetti didattico musicali (come ad esempio il corso “educazione fisica del suono” rivolto ai giovani diversamente abili) che con workshop, seminari e lezioni di canto individuali o di gruppo. Questa per me è la base solida lavorativa che mi permette di portare avanti parallelamente i miei sogni.
Dopo la vittoria di Sanremo Rock, da novembre 2018, è iniziata una collaborazione con gli Skiantos (inventori del genere rock demenziale). Un sodalizio che si è nel tempo solidificato tanto da tentare un tour estivo che mi ha visto cantante del gruppo. Non è stato facile prendere il testimone del grande Freak Antoni (fondatore e storico frontman della band, una delle massime voci della controcultura degli anni ’70 e grande amico del fumettista Andrea Pazienza) ma sono stato accolto da tutti con grande affetto e io non ho fatto altro che mettere a disposizione le mie corde vocali per il progetto più “cult e dadaista” nella storia della musica italiana. Con loro il prossimo concerto è sabato 7 dicembre al Tpo di Bologna.
Il 2020, poi, sarà sicuramente segnato dal tour vinto grazie al premio Bindi: 8 date in 8 città italiane presentando il mio ultimo album Il mio nome è nessuno”.

 

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