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La bonifica ieri e oggi: cambiano i tempi, il cuore no

FINALE EMILIA E DINTORNI- La nostra storia risiede nelle parole. Le parole che ci portiamo dietro, in cui inciampiamo, che usiamo con leggerezza spesso senza chiederci che cosa significano. “Bonifica”, ad esempio: è un termine che siamo abituati a usare, ma forse in pochi conoscono la sua origine. Deriva dal latino medievale bonificare, formato da bonus [buono] e facere [fare]. “Rendere buono”. Come ad esempio, prosciugare un terreno paludoso, insalubre e inadatto all’insediamento umano, e trasformarlo in un luogo dove abitare, un luogo da coltivare, un posto in cui vivere e trovare casa.

A partire dall’Ottocento, quando si intensificò lo sforzo per rendere effettiva l’unità d’Italia attraverso il miglioramento delle vie di comunicazione, si impose il problema delle bonifiche: paludi in cui il pericolo di malattie come la malaria era enorme, terreni inutilizzabili ma con grandi potenzialità agricole, richiesero degli sforzi immani per essere finalmente risanati, ma quegli sforzi si trascinavano già da secoli, dalle epoche remote degli etruschi e dei romani, che furono tra i primi a inventarsi la centuriazione e un sistema di viabilità moderno. E per questo ebbero a combattere a lungo col territorio, cercando di contenerlo, di modificarlo, costruendo strade, ponti ma anche sistemi drenanti per il controllo delle acque superficiali.

Dopo di loro, passati i momenti delle invasioni barbariche che fecero regredire la civiltà e videro il territorio e la natura riprendere il sopravvento, ci pensarono i monaci di Nonantola a occuparsi di nuovo della cura di terre e vie di comunicazione, realizzando canali, fossi di scolo e bacini per l’allevamento del pesce d’acqua dolce. Oltre che per l’agricoltura, i canali erano utilizzati anche da mulini e frantoi e come vie di comunicazione, tramite imbarcazioni e chiatte. Per spostarsi nell’Alto Medioevo non bisognava necessariamente farlo a piedi o a cavallo, come ben sapeva Matilde di Canossa, che beneficiava di una flotta con cui si spostava attraverso i suoi domini e arrivava “volando” sul Po e i suoi numerosi affluenti e coprendo con velocità incredibili i lunghi chilometri che la dividevano dalle sue numerose città e dai suoi castelli, da Mantova a Ravenna, da Sorbara a Bianello e oltre.

La mano dell’uomo non ha mai smesso di lavorare sul territorio durante tutto il Basso Medioevo e il Rinascimento, fino in epoca moderna, costruendo pian piano i canali di San Pietro a Vignola, il canal Torbido a Savignano sul Panaro, il canale di San Giovanni a Castelfranco Emilia, il Cavamento Foscaglia (oggi chiamato “canale delle acque alte”) alla destra del fiume Panaro. Nel XVI secolo viene realizzato il canale di Burana nelle terre di confine di Ferrara, Mantova e Modena che da sempre costituiscono un punto critico dello scolo delle acque della bassa pianura.

Bonificare: la Bassa conosce da secoli questa parola. che significa “migliorare la qualità dei terreni attraverso l’allontanamento delle acque”. In una zona come questa, dove i fiumi l’hanno sempre fatta da padrone, conoscere e regimentare le acque per sfruttarle al meglio senza farsi travolgere da essere era fondamentale. La corretta regimazione in montagna e in pianura, che doveva far defluire in modo ordinato le acque meteoriche in canali e fiumi fino al mare, è sempre stata la condizione essenziale per la vivibilità del territorio.

Dal Consorzio della Burana, l’organo che opera su quel territorio che va dall’Appennino fino al Po, incastonato tra Secchia e Panaro, e che si occupa di salvaguardare la sicurezza idraulica, dello scolo delle acque da centri urbani e zone rurali, di irrigazione e approvvigionamento idrico, di difesa del suolo in montagna, di tutela ambientale, vigilanza e monitoraggio da eventi meteorici eccezionali, un consorzio di bonifica che ha 500 anni di storia alle spalle, impariamo quali sono le altre parole fondamentali per la Bassa: Burana, appunto, e Cavamento.

Burana è un toponimo di origine bizantina che significa “fossa senza fondo o burrone’” e che identifica una piccola frazione rurale del comune di Bondeno, situata nel territorio ferrarese in destra Po, in un lembo di terra attraversato da un antico canale collettore che, muovendosi lungo un paleoalveo del grande fiume, si univa alle acque di Secchia e Panaro per confluire nel ramo del Po di Ferrara a Bondeno. Storicamente, si trattava di un’area nella quale le acque avevano il predominio sulle terre e il paesaggio era connotato dalla presenza di estese aree paludose, stagni, fiumi non arginati e liberi nel loro corso, folti boschi che circondavano radi insediamenti umani posti sui dossi più elevati.

Se Burana era una depressione naturale che gli uomini seppero opportunamente sfruttare per la raccolta delle acque, il “Cavamento”, dal termine latino “cavare” che significa scavare, al pari di altri termini quali fossa, condotto, dogaro ecc., testimonia invece la sapiente laboriosità dell’uomo nel creare una rete idraulica artificiale, sfruttando la pendenza naturale dei terreni.

La diffusa presenza del termine “Cavamento”, davanti agli idronomi nel comprensorio idraulico compreso tra Panaro e Samoggia, è il chiaro segnale della volontà di creare nuovi percorsi d’acqua per la navigazione, per far funzionare mulini, per drenare i terreni dalle acque stagnanti e, in tal modo, trasformare il paesaggio e renderlo più vivibile.

Napoleone rimase stupefatto dal sistema delle opere di bonifica e il 6 maggio 1806 emanò un decreto reale per dichiarare il pubblico interesse delle opere idrauliche realizzate su fiumi e torrenti arginati istituendo l’istituzione dei Circondari e dei Magistrati alle Acque, lasciando privata la manutenzione degli scoli minori. Nel 1810 il governo napoleonico iniziò la risistemazione idraulica della bassa ferrarese, ed è in questa occasione che viene costruita la Botte Napoleonica, una botte sifone che consentiva alle acque del canale Burana di superare il Panaro, passandogli sotto, e di raggiungere così direttamente il mar Adriatico, attraverso il Po di Volano.

Dunque, a questo punto, ora che conosciamo il significato e la storia delle parole, possiamo chiederci chi erano quegli uomini che si occupavano di metterle in pratica attraverso il loro lavoro e le loro conoscenze. Giornate passate a prender misure, a scrutare, a valutare, a intuire falle o anticipare problemi. Potevano essere uomini come l’ingegner Moretti e i due topografi che vediamo qui accanto, che se ne andavano in giro per Finale dotati di livello a cannocchiale e due coppie di triplometri, impegnati nella quotazione dei terreni per l’individuazione della loro pendenza, nel Comune di Finale Emilia: era l’anno del Signore 1919. Una tipica fotografia di inizio Novecento, con tre figure in posa, sguardo dritto, petto in fuori, vestiti per l’occasione, strumenti in bella vista e un certo orgoglio nel testimoniare il proprio mestiere.

Il livello a cannocchiale è formato da un treppiede che sorregge una base a tre razze, una traversa orizzontale su cui è montato un cannocchiale e una livella a bolla parallela all’asse del cannocchiale

I triplometri invece sono “aste rigide in legno o alluminio, di 3 m di lunghezza (di solito divise in due sezioni avvitabili da 1,50 m) e munite di livella per tenerle orizzontalmente (anche in questo caso si misurano direttamente distanze topografiche). Con una coppia di triplometri, seguendo un allineamento individuato sul terreno da una fila di paline, si può rilevare in maniera semplice e intuitiva una sezione del terreno anche su zone in pendenza (antico metodo detto coltellazione).”

Oggi gli strumenti sono cambiati, ma il lavoro degli uomini è sempre lo stesso. E a riprova basta dare un’occhiata a questa fotografia scattata nell’anno del Signore 2020, dovei tecnici del Consorzio Burana, dotati di Stazione totale e Rover GPS, sono impegnati nel rilievo del canale Diversivo di Burana,
nel Comune di Finale Emilia. Un’immagine che sembra quasi omaggiare “gli antenati”.

Da sinistra a destra: Al Prisma il Geom. Andrea Pradelli, alla Stazione Totale il Geom. Filippo Minelli e al GPS l’Ing. Giacomo Manicardi, impegnati nei rilievi topografici del canale Diversivo di Burana propedeutici alla progettazione di opere di difesa spondale e ripresa di frane. Ogni settimana i tecnici macinano chilometri di canali per sopralluoghi, misure e rilievi. Proprio come agli inizi del Novecento. Con gli strumenti di oggi, però. Che possono aiutare, alleggerire, donare maggior precisione al lavoro che si svolge. Ma la dedizione, il cuore, quello che ci si mette nel farlo, quello no. Non cambia, né dovrebbe cambiare mai.

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