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Terremoto dell’Emilia: l’orologio spaccato a metà della Torre di Finale Emilia – LA RIFLESSIONE

Ricorre l’ottavo anniversario del tragico terremoto che nel maggio 2012 colpì il nostro territorio con danni rilevanti ancora oggi visibili, nonostante un lungo seppur immediato percorso di ricostruzione, e che costò la vita a 27 persone.

Nello scorrere sul web le diverse iniziative che tutti i Comuni della Bassa Modenese hanno previsto per la ricorrenza, il manifesto del Comune di Finale Emilia mi ha riportato subito a quei giorni. L’immagine dell’orologio spezzato a metà della loro “Torre dei Modenesi” mi ha di nuovo ferito.

L’orologio è un simbolo potente.

Già allora mi ero chiesto perché quell’orologio fermo e spaccato avesse così tanto colpito l’opinione pubblica nazionale. Se si fosse voluta una immagine simbolo del terremoto si poteva prendere magari la “Torre dei Modenesi”, chiamata nei secoli passati anche “Torre Marchesana” o più semplicemente “Torre di Finale Emilia”. Costruita verso il XIII° secolo era rimasta in piedi per 799 anni fino al crollo  -appunto-  durante il sisma. Ma la torre non aveva l‘asimmetria di un orologio perfettamente spaccato in due e si prestava meno a fungere da icona. Credo basti anche solo questo semplice motivo.

A volte, un bel sigaro è solo un sigaro.

Vero e alquanto impressionante.

Quell’immagine era diventata il simbolo del disastro, la ferita per eccellenza. Era più traumatica delle nostre case crollate e delle famiglie accampate alla bell’e meglio. Ancora di più: era divenuto il simbolo dell’interruzione della “normalità”, dell’affronto al tempo della nostra società iperproduttiva: “Come osa questo terremoto fermare il ritmo industriale e di vita emiliano?”.

Ecco: la disturbante asimmetria di quell’orologio spaccato ha fornito la perfetta immagine del trauma perché -è stato detto- era un cerchio, ma il cerchio dell’orologio è una metafora primaria. E’ il ciclo della nostra giornata, il nostro ritmo sociale, il nostro andirivieni.

L’orologio ha forma circolare perché è un’evoluzione meccanica della meridiana. Ho approfondito l’argomento: la prima lancetta fu l’ombra del pignone che si muoveva in circolo perché replicava sulla terra il movimento (semi) circolare del sole. Le parole e modi di dire che riguardano il nostro ritmo quotidiano rimandano a movimenti circolari: “routine”, “pendolari”, “tran-tran” (onomatopea del movimento circolare di un motore)…
Venne dunque scelta come icona del nostro terremoto –nonché delle campagne per il ripristino della normalità– un’immagine che rappresentava icasticamente la “rottura del ciclo”. Era come dire “il tran” anziché il “tran-tran”. Forse allora non ce ne siamo nemmeno accorti: è stata l’interruzione del tempo il vero shock del terremoto di otto anni fa, e l’immagine aveva (ed ha ancora)  valore di shock proprio in tempi di pandemia Covid-19.

A volte un sigaro è solo un sigaro, ma se lo infili dappertutto, continui a fotografarlo e rappresentarlo e a circondarlo di discorsi, vuol dire che ha un significato.

Di solito, le immagini che meglio si prestano a diventare icone o loghi sono simmetriche, non asimmetriche. Le immagini asimmetriche disturbano: un uomo con un solo braccio disturba, un cane o un gatto con una zampa rotta o piegata disturba, la stazione di Bologna con l’ala sinistra in macerie disturba… L’orologio spaccato disturba.

Di solito un’iniziativa di solidarietà che fa appello ai buoni sentimenti, alla concordia, al restare uniti, al ricostruire, si accompagna a immagini propositive, che simboleggiano il “rimboccarsi le maniche”, la ripartenza che è già in corso… Basta guardare oggi le immagini della “Fase 2” di questa pandemia. Simmetrie di mani che si salutano a distanza di sicurezza, simmetrie di catene umane in attesa fuori dagli ipermercati, inquadrature simmetriche di medici e infermieri che sgobbano sincronizzati insieme a volontari con il viso nascosto dalle mascherine sotto i loro caschi bianchi … Immagini che non devono essere disturbanti, ma incoraggianti.

Nel nostro caso, invece, l’inconscio collettivo nel 2012 scelse l’immagine disturbante e asimmetrica di un orologio distrutto, scelse di parlarci del tempo e della sua misurazione.

Insomma, a me sembra che questo “sigaro” non sia poi solo “un sigaro”.

A me sembra che questa metafora urli. Parecchio.

Ancora oggi: dopo otto anni.

[Antonio Turco – Cavezzo]

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