L’obiettivo dell’accordo Ue-Mercosur è eliminare i dazi su circa il 91-92% dei beni scambiati tra Unione Europea e i paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay), offrendo grandi vantaggi all’export industriale e agroalimentare europeo, in particolare nei settori auto, chimico e farmaceutico. Il problema, però, è che a pagare lo scotto sarebbero gli agricoltori italiani, che temono la concorrenza sleale di prodotti sudamericani con standard inferiori. Insomma, bene vendere i trattori in Sudamerica, ma se dobbiamo immettere sul mercato pomodori a pochi cent e qualità più bassa, no.
 
L’accordo commerciale UE-Mercosur è in una fase cruciale di finalizzazione: il Parlamento Europeo ha approvato il 10 febbraio 2026 misure di salvaguardia per proteggere il settore, spianando la strada verso la ratifica finale

Mentre la politica raffina il tiro, con la nostra redazione abbiamo ppovato a mettere a nudo la disparità competitiva tra un allevamento della Bassa Modenese e uno dei grandi latifondi sudamericani.
E’ infatti questo il cuore del problema: il confronto mostra perché, senza clausole di protezione solidissime, il mercato rischierebbe di essere drogato da costi impossibili da pareggiare per chi rispetta le regole europee.

Il confronto sul campo: Modena contro Mercosur

Per capire perché la Bassa Modenese guarda con preoccupazione all’accordo, bisogna mettere a confronto due modelli produttivi radicalmente diversi.

L’allevamento

Nella pianura modenese l’allevamento bovino da carne è prevalentemente di tipo intensivo ma regolato da criteri di sostenibilità: stalle strutturate, pascoli controllati, investimenti continui in tracciabilità e biosicurezza. In Brasile o in Argentina domina invece un modello estensivo, basato su grandi ranch e latifondi dove i capi vengono allevati su superfici enormi, con costi strutturali incomparabili.

Il primo divario è quello fondiario. In provincia di Modena un ettaro agricolo può costare tra i 40 e i 60 mila euro. In molte aree del Mercosur il costo della terra è infinitamente più basso, in alcuni casi legato a dinamiche controverse come l’espansione su aree deforestate. È un differenziale che incide direttamente sui costi fissi aziendali.

Sul piano sanitario la distanza è altrettanto marcata. Gli allevatori modenesi operano all’interno del sistema europeo di tracciabilità totale (TRACES), con controlli veterinari capillari e obblighi documentali stringenti. Nei Paesi Mercosur i protocolli sono più variabili: esistono standard ufficiali, ma i controlli all’origine non hanno la stessa uniformità e intensità.

Il benessere animale rappresenta un altro punto di frizione. Le norme europee impongono spazi minimi, condizioni di luce, ventilazione e gestione precise. In Sud America gli standard possono essere minimi o meno dettagliati, con un impatto diretto sui costi di produzione.

Anche l’uso dei farmaci segna una linea netta. In Italia è consentito solo l’uso terapeutico, tracciato tramite ricetta elettronica veterinaria. In alcune realtà sudamericane è ancora possibile l’impiego di ormoni o promotori della crescita. L’Unione europea vieta l’importazione di carne trattata con tali sostanze, ma le associazioni di categoria sottolineano che i controlli sono effettuati a campione su volumi enormi di merce, e questo alimenta timori sulla reale efficacia del sistema.

Il costo del lavoro

A incidere è poi il costo del lavoro. In Emilia-Romagna i contratti collettivi, i contributi previdenziali e le norme sulla sicurezza rendono la manodopera una delle voci più rilevanti del bilancio aziendale. In molte aree del Mercosur il costo del lavoro è drasticamente inferiore e spesso inserito in contesti di tutela meno strutturata.

L’impatto ambientale

Infine c’è il tema ambientale. Gli allevamenti modenesi sono sottoposti a monitoraggi sulle emissioni e stanno progressivamente riducendo l’impronta carbonica. La carne sudamericana, oltre a provenire da sistemi produttivi meno regolamentati sotto il profilo ambientale, deve affrontare un trasporto transoceanico che incide ulteriormente sulle emissioni complessive.

Il risultato è un dato tecnico che pesa come un macigno: produrre un chilo di carne bovina in provincia di Modena costa mediamente tra il 40 e il 50% in più rispetto a un produttore brasiliano.

In assenza di dazi o clausole di salvaguardia efficaci, la grande distribuzione potrebbe essere spinta a privilegiare la carne sudamericana per le linee “base”, lasciando quella locale confinata a una fascia premium. Una nicchia che, da sola, difficilmente sarebbe in grado di sostenere l’intera economia agricola del territorio.

Ed è qui che si gioca la partita vera dell’accordo: non sul principio del libero scambio, ma sulla possibilità di mettere in competizione due sistemi che partono da regole e costi strutturalmente diversi.

 

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