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Il nuovo male dell’Italia è il rancore

di Andrea Lodi

L’economia italiana ha ripreso a crescere abbastanza bene, trainata dall’industria manifatturiera, dall’export e dal turismo che hanno messo a segno risultati da record. Ripresa che non impedisce però ad una buona parte degli italiani a manifestare sentimenti di forte rancore.

Un rancore giustificato da una evidente “impressione” che in Italia non sia garantita la sicurezza occupazionale, e che si “percepisca” altresì una diffusa difficoltà a proiettarsi verso il futuro.

Non a caso l’Italia si posiziona al 48° posto nella classifica del “rapporto mondiale sulla felicità”, realizzato dalle Nazioni Unite, nel quale si evince che sono infatti la garanzia occupazionale ed i buoni redditi che concorrono, in primis, a rendere le persone felici: “l’immaginario collettivo ha perso la sua forza propulsiva di una volta e non c’è più un’agenda condivisa”, si legge nel 51° rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese.

Il problema della distribuzione del reddito

Nella ripresa, mette in chiaro il Censis, persistono infatti fenomeni che si manifestano da troppo tempo: il rimpicciolimento demografico della nazione, la povertà del capitale umano immigrato e un mercato del lavoro che non riesce a garantire l’occupazione.

La ricchezza generata dalla ripresa, infatti, non è stata adeguatamente distribuita tra la popolazione, aumentando in modo consistente la forbice tra ricchi e poveri, e creando di conseguenza un blocco della mobilità sociale.

Fenomeno, si legge nel Rapporto del Censis, che nella nostra società “è di scena da tempo, con esibizioni di volta in volta indirizzate verso l’alto, attraverso i veementi toni dell’antipolitica, o verso il basso, a caccia di indifesi e marginali capri espiatori, dagli homeless ai rifugiati”. E ancora: “se la crisi ha avuto effetti psicologici regressivi con la logica del ‘meno hai, più sei colpito’, la ripresa finora non è ancora riuscita a invertire in modo tangibile e inequivocabile la rotta”.

Circa il 75% degli italiani pensa infatti che sia difficile salire nella scala sociale, mentre il 65% teme che ci sia il rischio di scivolare ad un livello più basso. La paura del declassamento è il nuovo fantasma sociale.

I falsi miti

“Nell’Italia del miracolo economico – si legge nel Rapporto – il ciclo espansivo era accompagnato da miti positivi che fungevano da motore alla crescita economica e identitaria della nazione. Adesso, invece, “nelle fasce d’età più giovani (gli under 30) i vecchi miti appaiono consumati e stinti, soppiantati dalle nuove icone della contemporaneità”.

Fedez ha soppiantato Che Guevara, e DJ Ax ha preso il posto di Gandhi. I nuovi modelli di riferimento sono perfettamente in linea con le nuove icone del consumismo. Nella mappa del nuovo immaginario collettivo, infatti, i social network si posizionano al 1° posto (32,7%), seguiti a ruota dallo smartphone (al 3° posto con il 26,9%), dai tatuaggi (al 4° posto con il 23,1%) e dai selfie (al 5° posto con il 21,6%). Insomma una summa del famoso rapper milanese.

Miti che perdono la loro forza propulsiva alla stessa velocità con cui si invia una messaggio con WhatsApp. Una forza propulsiva che in realtà non esiste, perché non esistono i valori di riferimento che muovono quei presunti miti, e che non sono pertanto in grado di creare una “visione”, una proiezione verso qualcosa di diverso dal presente, verso qualcosa di diverso dal “tutto subito”. E che si traduce nell’ incapacità di creare quel sistema di valori che dovrebbe, per l’appunto, fungere da motore propulsivo verso il futuro, verso la creazione di un’agenda condivisa. Un circuito vizioso dal quale è difficile uscire. “Comunisti con il rolex”, tanto per menzionare i sopracitati rappers.

Ma tutto questo rancore verso chi è rivolto?

Il problema della politica

“Ha vinto l’antipolitica”. “Il Movimento 5 stella ha vinto le elezioni perché ha promesso il reddito di cittadinanza”. “La Lega Nord piace perché ce l’ha con gli immigrati”.

Questi sono i commenti più citati sui mass media, a poche ore dal conteggio dei voti, alle elezioni politiche del 4 marzo scorso.

Gli italiani rancorosi, infatti, ce l’hanno soprattutto con chi ci governa, e le percentuali non sono da sottovalutare. Riflettono, anzi, un fenomeno molto preoccupante: l’84% degli italiani, infatti, non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali e il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese.

 “Non sorprende – segnala ancora il Censis – che i gruppi sociali più destrutturati dalla crisi, dalla rivoluzione tecnologica e dai processi della globalizzazione siano anche i più sensibili alle sirene del populismo e del sovranismo. L’astioso impoverimento del linguaggio rivela non solo il rigetto del ceto dirigente, ma anche la richiesta di attenzione da parte di soggetti che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica”.

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