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Inchiesta Veleno, Sonia e Marta si raccontano per la prima volta

MIRANDOLA E FINALE EMILIA – Sonia e Marta (nomi di fantasia) sono due donne segnate da un comune destino. Quello di essere state strappate ormai venti anni fa all’affetto delle loro famiglie perché finite al centro dell’incredibile vicenda giudiziaria sui presunti pedofili che avrebbero agito tra Finale Emilia e Mirandola.

Venti anni dopo quei fatti che hanno cambiato per sempre le loro vite, Sonia e Marta parlano per la prima volta della vicenda e lo fanno nella puntata extra di Veleno, l’inchiesta audio di Repubblica.it che ricostruisce quella vicenda giudiziaria.

All’epoca dei fatti avevano 10 e 8 anni. Una ha sempre negato tutto e non è mai stata creduta, l’altra ha raccontato una storia inventata. Sonia, però, ha riabbracciato sua madre, che non fu mai indagata, Marta, invece, non ha mai potuto riabbracciare sua madre perché si suicidò poco tempo dopo il suo allontanamento lasciando un messaggio: “Non ce la faccio più, sono innocente”.

Oggi entrambe hanno il coraggio di parlare e raccontare perché, come spiega Sonia, “i bimbi di oggi non devono subire quello che ho subito io”.

Un anno fa Sonia ha contattato la mamma che non aveva mai cambiato il numero di telefono sperando che, prima o poi, la figlia la contattasse.

Marta, invece, nel messaggio WhatsApp che ha inviato ai giornalisti di Repubblica ha scritto: “Il dubbio l’ho sempre avuto”.

La testimonianza delle due donne scorre tra confessioni e ricordi, ma la puntata extra si sofferma anche – numeri alla mano – sui costi sostenuti dalle comunità per quella vicenda. Dopo l’inchiesta, infatti, il consigliere di Forza Italia Antonio Platis ha chiesto un accesso agli atti per conoscere quale sia stato il costo complessivo. Come spiegano gli autori in chiusura di puntata:

Dalla documentazione che gli è stata recapitata risulta che l’Unione Comuni Area Nord di Modena si è fatta interamente carico delle spese per l’affido e per le terapie psicologiche di tutti i bambini.

Ora sappiamo che la somma totale di fondi pubblici spesi è di 3.520.900 euro, e se si aggiungono i 220mila euro per le spese legali dei minori, saliamo a circa 3 milioni e 800mila euro.

Dai numeri che abbiamo risulta che ogni famiglia affidataria riceveva in media un rimborso mensile di 550 euro a bambino.
Una cifra tutto sommato contenuta, considerato l’importante impegno richiesto.

Nell’elenco però c’è un importo che attira l’attenzione: quello per la ‘spesa per assistenza psicologica e cura’.
Dopo che era scoppiato il caso, Valeria Donati, che inizialmente seguiva la maggior parte dei bambini per conto dell’Asl, era diventata responsabile di una struttura privata creata a Reggio Emilia: il CAB, Centro Aiuto al Bambino, dove erano andate a lavorare anche altre sue colleghe.

Nel 2002 l’Asl, non ritenendosi abbastanza competente per curare i traumi dei bambini coinvolti, aveva deciso di appaltare la loro terapia ad una struttura più qualificata. E a chi li aveva affidati?
Proprio al CAB, considerato – leggiamo testualmente – più attrezzato e specializzato sui temi dell’abuso.

E’ proprio questo uno dei motivi per cui la Donati e le sue colleghe sono state attaccate così duramente: per un forte conflitto di interessi.
Erano state loro ad individuare i bambini coinvolti, sempre loro li avevano ascoltati presso l’Asl e segnalati al Tribunale dei Minori, e ora la loro struttura privata veniva pagata con soldi pubblici per curarli dai traumi che loro stesse avevano diagnosticato.

Tra il 2002 e il 2013, i comuni della zona per questo servizio hanno versato al CAB una somma impressionante: circa 2.200.000 euro.

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