Anguille sì, trivelle no: la scuola e quella consapevolezza mancata

Chi è stato bambino o preadolescente nella Bassa degli anni ’80 e ’90 (ma verosimilmente il discorso vale anche per le generazioni successive), di quelle numerose trivelle al massimo ha sentito parlare. Poco, a meno di non avere parenti impiegati al Centro Oli di Novi o di non vivere nei pressi delle stesse. Tanti non le hanno mai viste, parecchi ne hanno scoperto l’esistenza solo grazie all’informazione portata dai comitati No Gas quando iniziò a spargersi la voce, una decina di anni fa ormai, del progetto di stoccaggio a Rivara della allora “Indipendent Gas Management srl”. Una reale sensibilità verso il tema dello stupro al nostro territorio, forse, è nata solo allora e, nonostante alcuni pozzi (Cavone, ad esempio) fossero in attività da quasi vent’anni, che questa fosse terra petrolifera il senso comune non lo immaginava. Non così.

Anche perché l’informazione in materia è spesso mancata. Le trivelle, per quanto visibili, sono in aperta campagna – difficilmente ci si passa davanti per caso – e in questo senso a livello scolastico la consapevolezza del territorio e del suo sfruttamento a fini energetici, semplicemente, non esisteva. Tornando agli anni di cui sopra, per dire,  chi scrive ricorda, alle scuole elementari, visite al Museo della Civiltà Contadina di Bastiglia, gite ai barchessoni delle valli del Mirandolese con annessa visita guidata di allevamenti ittici (anguille) nei paraggi, un salto al Cavo Napoleonico di Bondeno, tutti peraltro conditi da spiegazioni ottime e abbondanti. O, alle medie, una pedante – non generalizziamo: quella lo fu, però – visita alla centrale termoelettrica di Ostiglia, studiata nel suo funzionamento per due settimane intere. Sono alcuni esempi fra i tanti. Tutto legittimo e meritevole, anche necessario, per conoscere alcune peculiarità della zona in cui si cresce. Appunto: sui pozzi di Cavone, silenzio.

Forse perché ai pozzi non c’è niente da vedere (nelle foto a corredo dell’articolo si vede come, in 25 anni, le aree delle trivelle siano sempre le stesse, brulle e tristi, le uniche a non cambiare minimamente con anni, stagioni, eventi), perché sostanzialmente non vi passa anima viva, perché l’unica cosa che si sente, lì, è il rumore di questo macchinario mastodontico con il suo costante movimento meccanico. Su e giù, su e giù. All’infinito. Non senza ripercussioni sull’equilibrio del territorio, ora lo sappiamo; arricchendo però i concessionari ma senza contropartite economiche adatte per le amministrazioni e le popolazioni della nostra area, ora sappiamo anche questo. Forse non c’era nulla da vedere. Ma ci sarebbe stato tanto da imparare, e magari qualche ora di lezione di educazione tecnica o scienze avrebbe meritato l’approfondimento di un tema territorialmente molto delicato. Chissà, forse ci si sarebbe mossi prima – almeno per ottenere qualcosa in cambio, come insegna la Lucania – e oggi la situazione sarebbe un po’ differente. Forse avremmo qualche esperto in più in materia, qualche esperto autoctono. Di sicuro, avremmo tutti più consapevolezza di ciò che nel nostro sottosuolo accade da trent’anni. Trent’anni di solitudine e, nel merito, ignoranza. Ora non si perda la lezione.

(foto elaborate dalle mappe Istella)

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