RAVARINO, BOMPORTO, BASTIGLIA, NONANTOLA, CASTELFRANCO EMILIA E SAN CESARIO SUL PANARO C’era anche Lucio, camionista bolognese di cinquant’anni, alla conferenza di presentazione dei dati sul gioco d’azzardo nell’Unione del Sorbara. Per ventidue anni il gioco gli ha rovinato la vita. Oggi Lucio porta la sua testimonianza nelle scuole e nei territori insieme all’associazione Anonima Dipendenze. Il suo racconto è diretto, duro, a tratti agghiacciante. Ed è uno dei tasselli di un quadro che preoccupa sempre di più operatori, famiglie e istituzioni.

Negli ultimi anni il gioco d’azzardo ha cambiato pelle: si è spostato sempre più sull’online, ma senza abbandonare del tutto i luoghi fisici. Ed è proprio da qui che parte l’analisi presentata durante l’incontro, frutto di attività nelle scuole e di questionari anonimi somministrati a studenti delle medie e delle superiori in territori diversi, da Carpi a Bomporto.

I dati mostrano una realtà inquietante: il contatto con le dinamiche dell’azzardo avviene sempre più precocemente. Già alle scuole medie molti ragazzi utilizzano videogiochi che, pur non essendo formalmente classificati come giochi d’azzardo, ne riproducono fedelmente i meccanismi: loot box, acquisti casuali, premi virtuali, fino ad arrivare a vere e proprie simulazioni di casinò in realtà virtuale. Un avvicinamento graduale che normalizza il rischio e abbassa le difese.

Non solo. Dai questionari emerge che gratta e vinci vengono regalati da nonni e genitori, spesso con leggerezza, e che il gioco diventa un’attività condivisa in famiglia. Alle superiori il fenomeno si sposta online: per giocare servono documenti e codici fiscali di maggiorenni, ma molti ragazzi raccontano che sono gli stessi genitori ad aprire i conti gioco “per controllarli”. Un controllo che, nei fatti, si rivela spesso inefficace.

«Le carte prepagate vengono date molto presto e non sempre si verifica dove, come e quando vengono spesi i soldi», spiegano gli operatori. E le conseguenze ricadono anche sui figli, che si trovano a vivere situazioni familiari difficili: padri avvistati davanti alle sale bingo, madri in difficoltà, fratelli già colpiti dalla dipendenza. Ragazzi e ragazze che si caricano di un peso che non dovrebbe essere il loro.

Accanto all’azzardo tradizionale, cresce un’altra frontiera del rischio: criptovalute e trading online. Tra i regali più richiesti a Natale compaiono corsi di trading, spesso vissuti come attività “padre-figlio”, una sorta di nuova pesca del weekend. Ma dietro l’illusione del guadagno facile si nascondono dinamiche molto simili a quelle dell’azzardo.

Colpisce, in questo scenario, il racconto di tre studenti maggiorenni di un istituto professionale. Dopo aver guadagnato i primi soldi durante uno stage, avevano scaricato più app di gioco d’azzardo. «Tutto quello che guadagnavo lo spendevo e lo perdevo, continuando a reinvestire», hanno raccontato, usando tutti le stesse parole. Fino alla consapevolezza: il gioco non era più divertimento. Da soli hanno disinstallato le app. È stato difficile, ma ce l’hanno fatta. E oggi sono pronti a raccontarlo ai coetanei, perché “si può uscire, ma bisogna accorgersene in tempo”.

Il problema, però, non riguarda solo i giovani. Anziani soli, vedovi, pensionati rappresentano un’altra fascia fragile. Tra gratta e vinci, lotterie istantanee e sale bingo, il gioco diventa spesso un modo per riempire il vuoto. Anche qui le perdite superano quasi sempre le vincite, ma l’illusione di “rifarsi” spinge a continuare.

«Non chiamiamolo gioco», è l’invito che risuona più volte durante la conferenza. Perché quando il divertimento scompare e resta solo la compulsione, l’azzardo diventa una dipendenza vera e propria. E il messaggio finale è chiaro: serve una rete, fatta di scuole, famiglie, associazioni e istituzioni, capace di intercettare il problema prima che diventi irreversibile.

E Lucio lo ripete con semplicità, raccontando la sua storia: parlare serve. E può salvare.

Lucio insiste su un punto che ritiene fondamentale: non basta parlare di numeri e di denaro. «Io in ventidue anni non ho perso solo i soldi – racconta – perché quelli, in qualche modo, si possono anche restituire lavorando. Io ho perso il tempo». Un tempo che non torna più. Quindici anni della vita di sua figlia, sacrificati al gioco. Ogni momento libero diventava un’occasione per giocare, sottratta alla famiglia.

«Ho fatto soffrire mia moglie, mia figlia, i miei suoceri, il mio datore di lavoro. Un giocatore non fa male solo a se stesso: fa soffrire almeno sei o sette persone attorno a lui». È per questo che, secondo Lucio, i dati economici spesso non raccontano tutta la verità. «Da giocatore ho sempre vissuto nell’illusione dell’appello: metti mille euro, te ne tornano indietro ottocento, ma sono vincite a piccoli importi che devi rigiocare subito. Alla fine perdi tutto. I numeri ufficiali non riescono a spiegare davvero cosa succede».

Oggi Lucio fa parte di un’associazione di auto-aiuto composta esclusivamente da ex giocatori. «Non ci sono medici, psicologi o psichiatri. Siamo solo noi, perché solo chi ci è passato può capire davvero». La dipendenza, sottolinea, non si guarisce: si impara a controllarla. «Io ho imparato a riconoscere i segnali, a sapere cosa fare quando arriva la voglia di giocare».

La regola è una sola: non giocare più a nulla. «Io non gioco nemmeno alla tombola in famiglia o alle pesche di beneficenza. Se gioco, riaccendo una fiammella che ho spento l’11 novembre 2015». Ha cambiato abitudini, frequentazioni, luoghi. Ha smesso di entrare nei bar con le macchinette, ha cambiato compagnia, ha riempito il tempo libero con altre attività. «Ho 54 anni e ho dovuto cambiare completamente stile di vita».

Ma per i ragazzi di oggi la sfida è ancora più difficile. «Una volta bastava girare senza soldi in tasca. Oggi il gioco ce l’hai sempre in mano, sul telefono». Per questo Lucio insiste sull’importanza dell’autoesclusione dalle piattaforme online e del supporto delle associazioni. I Giocatori Anonimi sono presenti in Italia dal 2000, in quasi tutte le regioni, e accolgono anche giovani che arrivano dopo aver perso cifre enormi, a volte centomila euro o più.

«Molti pensano di venire a una riunione e guarire subito. Ma non funziona così. Funziona perché tra di noi ci capiamo davvero. Solo chi ha giocato trentamila euro in una settimana sapendo che non può vincere può capire cosa significa». E il gioco, spesso, porta anche a un altro rischio: l’indebitamento estremo. Finanziarie, prestiti, fino a situazioni pericolose. «Nelle sale c’è sempre qualcuno che ti chiede se hai bisogno. E lì il confine diventa molto sottile».

Lucio conclude con un appello: rendere visibili non solo le vincite, ma anche le perdite, il numero di persone coinvolte, le famiglie distrutte. «Perché il gioco non è mai solo un fatto individuale. Quando c’è una dipendenza, c’è sempre un’intera famiglia che paga il prezzo».