Amministrative Camposanto
Lambrusco a rischio estinzione: il grido d’allarme degli agricoltori emiliani
CAMPOGALLIANO – Piccolo è bello, è stato per decenni il mantra della produzione italiana. Ma per l’agricoltura questo non è più vero da diversi anni.
L’agricoltura italiana, infatti, sta attraversando una crisi profonda causata da cambiamenti climatici, aumento dei costi di produzione dovuti a instabilità geopolitiche e bassi margini di guadagno, con il risultato della perdita di migliaia di aziende agricole ogni anno.
Di questo passo, il settore rischia il collasso e, se ciò accadesse, il danno non sarebbe solo economico, ma anche culturale.
L’Emilia-Romagna terre di eccellenze, non è immune da questo trend, con interi comparti in crisi e agricoltori in ginocchio.
Luca Artioli è un imprenditore agricolo di Campogalliano, che ha portato avanti l’attività di famiglia subentrando al padre. L’azienda produce mele, pere, uva da lambrusco e cereali. Ha due figlie di 26 e 23 anni che – come racconta – “Non continueranno l’attività di famiglia perché ormai lavorare in agricoltura non ti permette di vivere. Le crisi nei vari settori produttivi ci sono sempre stati, ma quella in agricoltura dura ormai da anni con costi di produzione in aumento e redditi sempre più bassi. Basti pensare che il Lambrusco vive una congiuntura negativa da oltre 7 anni per la quale non si vede la luce. Coltivare uva da lambrusco non conviene più”.
Di fronte a questo scenario, Artioli insieme ad un gruppo di colleghi imprenditori agricoli, hanno dato vita al comitato “AgriFuturo Emilia Romagna” che raggruppa imprese del modenese e del reggiano, con l’obiettivo di definire le tappe di mobilitazione e costruire soluzioni concrete per difendere il loro lavoro, le aziende e i territori, per salvare il Lambrusco dall’estinzione.
“Dopo la crisi che ha colpito il comparto del pero, che ormai ci siamo giocati a causa delle malattie che hanno decimato le piante e della mala gestione amministrativa, ora tocca al Lambrusco – spiega Artioli. Negli ultimi 10 anni la remunerazione media data ai produttori di uva da Lambrusco è stata di 25-30 euro al quintale, un valore che ci permette di coprire solo i costi della raccolta in campagna. E’ vero che ci sono i contributi, ma quello che serve è una valorizzazione del prodotto. Per affrontare le crisi che nei diversi anni ha colpito l’agricoltura, gli imprenditori si sono indebitati, investendo la liquidità familiare nell’azienda, sperando si trattasse di un periodo passeggero, ma è stato un grave errore. Errore che ho commesso anch’io, sperando di salvare la mia attività. Ora ci troviamo indebitati, con difficoltà ad accedere al credito della banche e, anche vendere l’azienda non è così facile perché nessuno acquista un’attività per rimetterci. Nei nostri territori, gli unici che in questo momento non sono in crisi sono le aziende che producono il latte per produrre parmigiano reggiano”.
Eppure, le proposte per salvare la filiera del Lambrusco di sarebbero, come sottolinea lo stesso Artioli che, con il comitato “AgriFuturo Emilia Romagna”, ha messo a punto alcune strategie.
“Per prima cosa – spiega Artioli – bisogna unificare il prodotto per arrivare ad una massa commerciale consistente. Piccolo non è sinonimo di qualità come qualcuno continua a pensare, perché la qualità vanto dell’agricoltura italiana è stata snobbata dall’Europa e tradita dai sindacati di riferimento. Quello che serve è un piano commerciale strutturato condiviso con tutte le cooperative di conferimento, che devono unirsi in una realtà più ampia per raggiungere grandi numeri, senza rinunciare alla qualità, perché le piccole cooperative non hanno futuro e lo stiamo vedendo nel comparto del Lambrusco. Questa strategia che proponiamo è stata già messa a punto da alcune realtà emiliano-romagnole proprio nel comparto vinicolo, ottenendo risultai positivi.
E, allora, perché tra Modena e Reggio non si percorre la stessa strada per il lambrusco? Perché – come sottolinea Artioli – ci sono 17-18 piccole cooperative dove viene conferita l’uva per il Lambrusco che non si mettono d’accordo per unirsi in una realtà più grande, in questo modo, però, ci perdono le aziende, ormai sempre più in difficoltà.
Poi, un altro problema sono i costi di produzione, alcuni dei quali risentono degli scenari internazionali. Per esempio, con le tensioni in Medio Oriente, il prezzo del gasolio è passato, in pochi giorni, da circa 90 centesimi al litro ad 1 euro e 20, ed è destinato ad aumentare ancora.
Se consideriamo che un’azienda di medie dimensioni utilizza 150-200 litri di gasolio al giorno, i conti sono presto fatti. Di fronte a questa speculazione, nessuno interviene e a pagare le conseguenze siamo sempre noi agricoltori, l’anello debole della catena”.
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