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Parla la sorella di Salim El Koudri: “Non avevamo capito quanto grave fosse il suo male”
“Di fronte a quello che è successo sabato è difficile trovare le parole”. È una voce spezzata dal dolore quella della sorella maggiore di Salim El Koudri, il 31enne accusato del violento assalto nel centro di Modena. Attraverso il proprio avvocato, la donna ha voluto raccontare lo smarrimento di una famiglia travolta dall’orrore e incapace di dare un senso a quanto accaduto.
Ha 33 anni, vive nel Bolognese, in una strada tranquilla fatta di villette, cortili e silenzio. È madre di un bambino di pochi mesi. Fino a pochi giorni fa conduceva una vita lontana dai riflettori, come il resto della sua famiglia, descritta da chi la conosce come riservata e perfettamente integrata. Poi, all’improvviso, quel cognome è finito ovunque.
Ieri mattina davanti alla sua abitazione si sono presentati giornalisti e troupe televisive. Un assedio improvviso che ha sconvolto il quartiere, tanto che alcuni residenti hanno chiesto l’intervento dei carabinieri per riportare calma e privacy attorno alla casa.
Ma è soprattutto il dolore interiore della donna a colpire. “È qualcosa di inimmaginabile – racconta – perché io continuo a pensare al fratellino con cui sono cresciuta, al ragazzo studioso che non sgarrava mai”. Un ricordo che oggi si scontra con la brutalità di ciò che è accaduto nel cuore di Modena.
Negli ultimi anni, spiega, qualcosa in Salim era cambiato. “Era diventato sempre più chiuso, introverso. Ma pensavamo che fosse per il lavoro, per le difficoltà che stava vivendo”. Nessuno, racconta la sorella, aveva compreso fino in fondo il disagio che il 31enne stava maturando dentro di sé.
“Non avevamo capito la sua malattia. Non avevamo capito quanto fosse profondo il male che covava dentro e che in casa non mostrava”. Parole pesanti, pronunciate mentre la famiglia prova a fare i conti con una tragedia che ha travolto non solo le vittime, ma anche chi amava Salim e oggi non riesce più a riconoscerlo.
Il pensiero della sorella va soprattutto ai feriti e alle loro famiglie. “Penso alle persone che stanno lottando tra la vita e la morte, alle donne che non torneranno più a camminare. Sapere che mio fratello è il responsabile di tutto questo è la cosa più devastante”.
Nel frattempo le indagini della Procura di Modena proseguono senza sosta. Gli investigatori della Squadra Mobile stanno passando al setaccio il materiale sequestrato nell’abitazione di Ravarino dove il 31enne viveva con i genitori.
Tra gli oggetti acquisiti ci sono appunti scritti in arabo, telefoni cellulari, computer e supporti informatici. Anche il cellulare del padre è stato sequestrato per gli accertamenti tecnici. Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire gli ultimi movimenti di Salim, le sue ricerche online, eventuali contatti sospetti e possibili segnali di radicalizzazione o autoaddestramento. Tra il materiale trovato ci sarebbe anche un foglio manoscritto con password collegate a criptovalute.
Sotto sequestro è finito anche il coltello utilizzato durante l’aggressione.
Parallelamente emergono dettagli sempre più inquietanti sugli ultimi anni del 31enne. Dopo gli studi universitari aveva lavorato in diverse aziende tra Modena e Bologna, svolgendo mansioni nella logistica e nei magazzini. Ai familiari raccontava però di sentirsi perseguitato, escluso, ostacolato sul lavoro.
“Mi hanno lasciato a casa, non riuscivo più a trovare lavoro. Tutti ce l’avevano con me”, avrebbe confidato più volte.
Eppure, fino a pochi anni fa, la sua sembrava la storia di un ragazzo brillante. Ottimi voti al liceo, la laurea in Economia e Marketing Internazionale, poi l’iscrizione alla magistrale in International Management. Un percorso interrotto prima della conclusione. Dal 2022 era seguito dal Servizio di Salute Mentale dell’Ausl di Castelfranco.
“Oggi siamo distrutti”, ha spiegato infine l’avvocato della famiglia, Fausto Gianelli. “Sono annichiliti dal dolore per le vittime e pienamente consapevoli della gravità di quello che è successo”.
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