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Moggi, De Santis, le intercettazioni: vent’anni dopo, Mirandola riscopre Calciopoli
MIRANDOLA – A vent’anni di distanza dall’inchiesta che ribaltò gli equilibri di potere del calcio italiano, quando nella primavera del 2006 scoppiò lo scandalo denominato Calciopoli, l’ex direttore generale della Juventus Luciano Moggi, considerato al tempo il grande burattinaio del mondo del pallone, è stato protagonista sabato a Mirandola del Festival della giustizia penale, dove sono state ricostruite le inchieste giudiziarie (quella sportiva, che portò fra l’altro alla radiazione di Moggi, e quella penale, chiusa in Cassazione con il suo proscioglimento per prescrizione con annullamento senza rinvio della condanna inflitta in secondo grado per associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva) e il clima di allora.
Assieme a Moggi, sul palco, al cospetto di una platea di circa 120 spettatori che ha gremito la sala di Palazzo Vischi, a trattare l’argomento sono stati il vicedirettore del Messaggero, Alvaro Moretti, l’avvocato Maurilio Prioreschi, difensore dell’ex dirigente calcistico nei processi di Napoli e in quello di Milano (quando Moggi venne querelato da Gianfelice Facchetti) e l’ex arbitro Massimo De Santis, unico direttore di gara – dei 33 componenti dell’Associazione Arbitri indagati a vario titolo – a essere condannato per un illecito, nello specifico quello relativo a Lecce-Parma della primavera 2005, unica partita che i vari processi penali hanno considerato alterata.
A Moretti, che all’epoca era redattore di Tuttosport, al tempo il quotidiano sportivo torinese affidò la copertura delle varie inchieste, e proprio il giornalista ha ripercorso le fasi delle indagini, le falle di procedimenti a tesi, le intercettazioni scelte e fatte trapelare per far montare il “sentimento popolare”, quelle tralasciate e poi riapparse, il caso delle sim svizzere, le contraddizioni processuali e le sentenze che, al netto dell’aver fatto luce su un sistema comunque opaco, e in questo senso molto italiano, hanno prodotto più prescrizioni che condanne – De Sanctis, condannato, rinunciò alla prescrizione, da lui definita “il rifugio dei pm” – riconoscendo, in sede panale e civile, come i campionati in oggetto (in realtà uno, il 2004-05) non potessero essere considerati alterati, così come alterati non furono i sorteggi degli arbitri, altra grande pietra dello scandalo, almeno per come fu raccontato dai media, decisivi nel racconto dell’epoca.
Quella che sarebbe diventata “Calciopoli” nacque infatti come “Moggiopoli”, come fu battezzata dal giornalista Oliviero Beha (peraltro, poi, tra i primi a ravvedersi sulle indagini), attraverso una ‘mostrizzazione’ – il termine utilizzato durante l’incontro – tipica peraltro, ancora oggi, di certe inchieste nelle quali i teoremi dell’accusa – lo racconta ancora oggi il caso di Garlasco – equivalgono a una condanna. Calciopoli non fa eccezione: sulla carta stampata e nel sentire comune, come si nota in questo saggio della rivista accademica Bibliomanie, “le sentenze di colpevolezza erano già scritte, al punto che a metà maggio, ancor prima dell’inizio dei processi sportivi, per non parlare di quelli giudiziari, alcune testate avevano già previsto, con buona accuratezza, l’esito delle sentenze che sarebbero state emesse a luglio. Ciò che dicevano le carte dell’accusa veniva generalmente considerata verità oggettiva”.
(continua dopo il video)
Moggi, che ha 88 anni ed è sicuramente stato un rilevante manovratore del calcio, si è tolto a Mirandola qualche sassolino dalla scarpa, nulla in realtà di diverso da quanto non abbia detto o scritto (sul quotidiano Libero) negli ultimi anni, soprattutto dall’intervenuta prescrizione in avanti, e da quando il tribunale di Milano, a seguito di una querela per diffamazione nei confronti di Moggi da parte di Gianfelice Facchetti, figlio dell’ex presidente dell’Inter Giacinto, vergò una sentenza che assolse l’ex dg e mise nero su bianco l’attività di “lobbying” del dirigente nerazzurro. Le sentenze sportive, poi, dicono altro, anche perché per il codice di giustizia sportiva basta il tentativo: hanno condannato in fretta e furia, inibito, radiato e poi prescritto (in questo caso, tutto il filone di Calciopoli 2) ma quello della giustizia sportiva italiana è un ordinamento sui generis e che, peraltro, attende ora una pronuncia della CGUE – Corte di Giustizia dell’Unione Europea – che potrebbe scardinarne buona parte dell’impianto.
Del resto, la stessa Calciopoli, formalmente, non è ancora finita: la CEDU – Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – ha infatti ritenuto ricevibile il ricorso presentato dal sodale di Moggi, Antonio Giraudo, che della Juventus era amministratore delegato (e detentore di quote sociali, peraltro), il quale lamenta una “macroscopica violazione dei diritti di difesa”. A vent’anni di distanza dalle prime udienze del processo di Napoli, anche questo è piuttosto eloquente.






































