Amministrative Cavezzo
Licenziamento ritorsivo a Modena: il datore di lavoro condannato
MODENA – Spiava l’impiegata con investigatori privati, ma la Corte d’Appello ordina reintegro e risarcimento
Tutto ha inizio a Modena, dove la vicenda giudiziaria di un’impiegata storica ha trovato finalmente una risoluzione definitiva. La Corte d’Appello di Bologna ha confermato quanto già stabilito in primo grado: il licenziamento subito dalla donna non era solo illegittimo, ma guidato da un chiaro intento di rappresaglia. Nelle motivazioni, i giudici hanno evidenziato come la volontà del datore di lavoro sia stata determinata esclusivamente dal desiderio di punire la dipendente.
Il pretesto dei permessi e l’uso di investigatori
La frattura definitiva tra azienda e lavoratrice è avvenuta nel 2022. L’impiegata, dopo aver ottenuto il diritto a fruire dei permessi e successivamente del congedo straordinario di due anni per assistere la madre disabile, è stata messa sotto osservazione. La società, sospettando un uso improprio dei congedi, ha incaricato dei detective privati di pedinarla.
Sulla base dei rapporti investigativi, l’azienda l’aveva licenziata a settembre 2022 con l’accusa di aver leso il vincolo fiduciario, sostenendo che la donna non si stesse realmente occupando del genitore.
Le accuse smontate in tribunale
Le “prove” raccolte dagli investigatori sono però crollate davanti ai giudici. Durante il processo è emerso che:
In alcuni giorni contestati, la madre era stata temporaneamente ospitata dall’altra figlia.
In altri periodi, l’impiegata e la figlia minore avevano contratto il Covid e, per evitare il contagio della madre anziana e invalida, avevano dovuto necessariamente distanziarsi da lei.
Per le restanti date, l’agenzia investigativa non è stata in grado di dimostrare che madre e figlia non si trovassero nella stessa abitazione.
Un clima di vessazioni pregresse
Il licenziamento, secondo la difesa della donna, era solo l’ultimo atto di un rapporto lavorativo ormai deteriorato. Dipendente della società fin dal 2002, la lavoratrice aveva denunciato anni di vessazioni e mobbing, che le avrebbero causato gravi danni psico-fisici e ripetuti periodi di malattia. Proprio per questi motivi, era già stata avviata un’azione risarcitoria presso il Tribunale di Modena, che procede tuttora in separata sede.
La sentenza definitiva
I giudici Angelini, Marinelli e Pascarelli hanno messo la parola fine alla disputa sul licenziamento, definendolo ritorsivo. L’azienda è stata condannata a:
-Reinserire la lavoratrice nel proprio organico
-Corrispondere un’indennità risarcitoria
-Pagare circa 6.000 euro di spese legali
”L’intento di rappresaglia ha avuto efficacia determinativa esclusiva della volontà del datore di lavoro”, conclude la Corte, restituendo dignità a una lavoratrice che per anni ha dovuto lottare su due fronti: quello professionale e quello dell’assistenza familiare.
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