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“Questi episodi cresceranno”: l’allarme della criminologa Bruzzone dopo la morte del padre ucciso della gang
Non una bravata finita male. Non una “ragazzata”. Per la criminologa Roberta Bruzzone, quanto accaduto a Massa — dove Giacomo Bongiorni, 47 anni, è stato ucciso dopo aver richiamato un gruppo di giovani — è qualcosa di molto più profondo e inquietante: “l’ennesima esplosione di violenza primitiva, cieca, miserabile”.
Un giudizio netto, che sposta il fuoco dalla cronaca alla diagnosi sociale. Per Bruzzone, non si tratta di un episodio isolato, ma di un segnale sempre più evidente di una deriva: l’incapacità, soprattutto tra i più giovani, di accettare un limite, di gestire la frustrazione, di riconoscere l’autorità di un richiamo civile.
“Un uomo vede una condotta deviante e interviene — spiega — da adulto, da padre, da cittadino. Fa quello che dovrebbe essere normale”. E invece proprio quel gesto, che in una società funzionante rappresenta un atto minimo di responsabilità condivisa, diventa il detonatore di una violenza brutale.
Secondo la criminologa, il punto più allarmante non è solo l’aggressione in sé, ma l’assenza totale di freni: “Non li ferma niente. Non il buonsenso, non la presenza di una donna, non quella di un bambino. Nulla”. Un’assenza di limiti che, quando si combina con la dinamica del branco, produce esattamente ciò che è accaduto: una violenza sproporzionata, cieca, incapace di riconoscere l’altro come essere umano.
Ed è proprio su questo che Bruzzone insiste: distinguere. “Basta con il pietismo a targhe alterne. Non sono sempre e solo ‘poveri ragazzi’”. Esistono giovani che vivono un disagio e chiedono aiuto, ma esistono anche — sottolinea — giovani che aggrediscono, devastano, uccidono. Confondere le due dimensioni, per la criminologa, è un errore grave, che finisce per deresponsabilizzare comportamenti che invece richiedono una risposta chiara.
Il passaggio più duro riguarda però il futuro. “Questi episodi cresceranno”, avverte Bruzzone. Cresceranno perché, a suo avviso, troppo spesso si sono formate generazioni incapaci di reggere un “no”, di contenere l’impulso, di distinguere tra libertà e licenza. Una crescita senza argini, senza responsabilità, in cui — quando la famiglia abdica — il conto viene inevitabilmente presentato alla società. E a pagarlo, troppo spesso, sono gli innocenti.
Da qui anche una proposta precisa: ripensare la soglia della punibilità. “Piena a 16 anni, intermedia a 12”, sostiene, perché chi è in grado di esercitare violenza fino alle estreme conseguenze deve essere anche in grado di risponderne. Non in una logica vendicativa, ma con una risposta “certa, netta, tempestiva”.
Per Bruzzone, il compito che non hanno svolto alcune famiglie deve essere assunto dalla collettività: contenere, arginare, fermare. Anche attraverso misure forti, fino all’allontanamento di chi si dimostra incompatibile con la convivenza civile, almeno finché non esistano reali condizioni di recupero.
Il rischio, altrimenti, è quello di continuare a minimizzare. Di leggere ogni episodio come un caso a sé, senza cogliere la traiettoria complessiva. “Il livello di guardia non è alto: è stato già superato da un pezzo”, conclude la criminologa.
E ignorarlo, oggi, significa — in modo quasi inevitabile — preparare il terreno alla prossima tragedia.






































