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Intervista ad Alberto Paltrinieri: “Il Lambrusco non è in crisi, ma la filiera sì”



Se da un lato la crisi della filiera agricola è reale e profonda, dall’altro esistono esperienze che dimostrano come il Lambrusco non sia un prodotto finito, ma un settore in trasformazione. È il caso dell’azienda Paltrinieri di Sorbara. Per capire come un altro mondo è possibile abbiamo intervistato l’imprenditore agricolo Alberto Paltrinieri.
La crisi: il nodo sta alla base della filiera
Riprendiamo l’analisi di Artioli parte da un dato economico preciso: ai produttori di uva vengono riconosciuti prezzi medi di 25-30 euro al quintale, insufficienti persino a coprire i costi di produzione. A questo si aggiungono:
- indebitamento crescente delle aziende agricole
- difficoltà di accesso al credito
- svalutazione delle imprese viticole
- crisi del modello cooperativo
- Una situazione che rischia di mettere in ginocchio soprattutto chi conferisce uva e non imbottiglia.
«Il primo anello della filiera è sempre il più debole: l’agricoltore», osserva Paltrinieri. «E oggi è quello che fa più fatica a vedere riconosciuto il proprio lavoro».
Il paradosso: il Lambrusco cresce, ma non per tutti
Ed è qui che emerge il paradosso. Il Lambrusco è uno dei vini più esportati, è presente stabilmente nella ristorazione, ha una domanda internazionale ancora attiva. Eppure, questa crescita non si distribuisce lungo tutta la filiera.
Negli ultimi anni, una parte del settore ha lavorato su qualità, identità territoriale, posizionamento più alto. Un percorso che ha portato alla nascita di realtà riconosciute anche all’estero e a un progressivo riposizionamento del prodotto.
Il caso Paltrinieri: il Sorbara come modello
Dentro questo scenario si inserisce l’esperienza raccontata da Alberto Paltrinieri. La sua azienda rappresenta uno degli esempi più evidenti di trasformazione del Lambrusco:
- focus sul Sorbara in purezza
- stile più elegante e riconoscibile
- attenzione maniacale alla qualità
«Abbiamo lavorato per riportare la denominazione del Sorbara a livelli che un tempo non si pensava potesse raggiungere», spiega. «Puntando sulla sua vocazione naturale e innovando dove possibile, senza perdere identità». Un lavoro che ha contribuito a cambiare la percezione del Lambrusco, dimostrando che può essere competitivo, stabile, riconosciuto anche sui mercati internazionali. «Oggi si parla di Sorbara in modo completamente diverso rispetto a trent’anni fa», aggiunge. «La ricerca deve essere continua: se ci piangiamo addosso non vediamo tutta la realtà».
Il vino oggi: tra crisi e cambiamento culturale
Sul calo dei consumi, Paltrinieri non ha dubbi: «Il momento è delicato. Basta fare un giro nei ristoranti: il vino sui tavoli è sempre meno presente». Le cause sono molteplici: «C’è una crisi economica generale, ma anche un cambiamento culturale. Il vino viene sempre più percepito come qualcosa di superfluo. Non è più alimento, ma occasione».
E pesa anche la nuova sensibilità salutistica: «Il vino viene ridotto semplicemente ad alcol, e quindi visto come qualcosa da eliminare. Ma non è solo questo: è convivialità, è cultura».
Il mercato estero e la forza della bevibilità
Nonostante tutto, il Lambrusco mantiene una sua forza, soprattutto fuori dai confini italiani. «All’estero c’è ancora richiesta per vini con un approccio easy. Oggi la parola chiave è bevibilità», sottolinea Paltrinieri. «È finita l’epoca dei vini troppo strutturati e impegnativi, e sotto questo aspetto il Lambrusco è perfettamente in linea con i tempi». E aggiunge: «In molti mercati e in certe cucine il Lambrusco non è affatto la Cenerentola».
Due verità che convivono
Il dibattito aperto dal nostro giornale mette quindi in luce una frattura interna al sistema:
1. La crisi agricola è reale: I margini per chi produce uva sono troppo bassi e il sistema cooperativo fatica a garantire sostenibilità economica.
2. Il prodotto non è in crisi. Il Lambrusco — soprattutto nelle sue espressioni più qualitative — gode di una nuova credibilità.
Il vero nodo: redistribuire il valore
La questione, allora, non è se il Lambrusco abbia un futuro, ma chi beneficerà di quel futuro. «Per noi puntare sulla qualità ha significato un’attenzione maniacale: in vigna, in cantina, nelle scelte», conclude Paltrinieri. «Questo ha creato valore. Ma al socio, spesso, arriva ancora troppo poco».
Un dibattito necessario
Il confronto tra la denuncia degli agricoltori e le esperienze di successo non è una contraddizione: è la fotografia reale del Lambrusco oggi. Un settore che da una parte rischia di perdere i suoi produttori, dall’altra sta ridefinendo la propria identità.
La sfida, ora, è tenere insieme queste due dimensioni. Perché senza agricoltori non esiste vino. E senza valore, non esiste futuro.
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