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L’ombra della “White Jihad”: 21enne fermato per terrorismo voleva replicare l’attacco di Modena
MILANO – «Pronto a fare come a Modena». Una frase intercettata, o forse affidata alla rete, che ha fatto scattare la massima allerta tra gli inquirenti dell’Antiterrorismo e ha portato al fermo di un ragazzo di 21 anni residente a Vimercate, in Brianza. Per i magistrati, il giovane non si limitava a una cupa fascinazione ideologica, ma poteva pianificare da un momento all’altro un’azione eversiva sanguinosa.
I contorni dell’inchiesta svelano un panorama inquietante e per molti versi inedito: la convergenza tra l’estremismo neofascista nostrano e il fondamentalismo islamico, uniti sotto la bandiera di quello che gli analisti della sicurezza definiscono “White Jihad” (la jihad bianca).
La difesa: «Solo divulgazione, non proselitismo»
Il ventunenne era da tempo sotto la lente d’ingrandimento delle forze dell’ordine a causa della sua intensa attività online. Sui social media e sulle piattaforme di messaggistica privata, il giovane avrebbe pubblicato numerosi post inneggianti al «martirio», esaltando la violenza radicale.
Davanti ai magistrati, il ragazzo ha cercato di ridimensionare le accuse, difendendosi e sostenendo che la sua attività non fosse finalizzata al proselitismo o all’arruolamento, bensì a una semplice forma di «divulgazione» culturale e storica di tesi radicali. Una tesi che non ha convinto l’Antiterrorismo, convinta che il ragazzo fosse invece pronto a passare all’azione, ispirato dal recentissimo e drammatico precedente di Modena.
Il legame con i fatti di Modena
Il punto di svolta, che ha accelerato il provvedimento di fermo, è stata proprio la manifestata intenzione di replicare quanto accaduto a Modena lo scorso maggio, quando l’azione violenta di Salim El Koudri ha scosso il Paese. Il timore degli inquirenti era l’effetto emulazione: che il ventunenne di Vimercate potesse trasformarsi in un cosiddetto “lupo solitario”, attivandosi autonomamente sul territorio per colpire obiettivi civili o istituzionali.
L’anello di congiunzione: Suprematismo e “Terza Posizione”
Ciò che rende questa inchiesta particolarmente complessa è la natura ibrida della galassia ideologica in cui si muoveva l’indagato. Non si parla di estremismo islamico di matrice classica, ma di un filone eversivo che fonde il suprematismo bianco con elementi del fondamentalismo islamico. Entrambi i mondi, pur partendo da presupposti culturali opposti, condividono gli stessi identici obiettivi: l’antisemitismo radicale, l’anti-occidentalismo e il culto del martirio distruttivo contro le democrazie liberali.
A confermare questo legame è un dettaglio iconografico emerso dalle indagini: tra i materiali analizzati spicca l’immagine di una mano che stringe un martello con l’artiglio del lupo sullo sfondo. Si tratta dell’emblema storico di “Terza Posizione”, il movimento eversivo di estrema destra fondato alla fine degli anni Settanta da Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi.
La fascinazione per i simboli del neofascismo italiano degli Anni di Piombo, unita alla retorica della militanza jihadista contemporanea, delinea un nuovo e insidioso profilo di radicalizzazione giovanile: fluido, cresciuto sul web, e proprio per questo estremamente difficile da tracciare e neutralizzare in tempo.






































