Punto nascita chiuso a Mirandola e in montagna, ospedali chiusi, meno 4000 posti letto in regione: è la sanità emiliana nel 2024. Ecco come è cambiato il volto del servizio pubblico sanitario nella regione eccellenza e vanto d’Italia in questo campo. Perché anche qui – dove gli investimenti regionali sono ampi  – si è abbattuta la scure dei tagli, dei ridimensionamenti, dei tetti alle assunzioni decisa dai Governi che si sono susseguiti a Roma in questo decennio. E le scelte politiche regionali che hanno isolato sempre di più il nostro territorio a vantaggio di altri hanno fatto il resto.

I posti letto

A guardare agli ultimi vent’anni da Piacenza a Rimini si sono persi  4 mila posti letto in ospedale. Secondo un recente rapporto della Fondazione Gimbe nel 2002 in Emilia-Romagna c’erano 16.823 posti letto negli ospedali pubblici, 4,2 ogni mille abitanti, mentre nel 2022 quel numero è arrivato a 13.663, cioè 3,1 ogni mille abitanti. Questo andamento è proseguito parallelamente nel privato accreditato, che invece in altre Regioni ha visto aumentare i posti letto mentre il pubblico si ritirava: da 4.725 posti nel 2002 ne sono rimasti 4 mila nel 2022.

All’ospedale di Mirandola negli anni i posti letto sono passati da quasi 200 a 130.

Gli ospedali

Nello stesso periodo di tempo ci sono ospedali che hanno chiuso, ben 15 in 20 anni e 4 case di cura in tutta la regione, Nella Bassa Modenese basta guardare un po’ più indietro e far di conto: ci sono quattro ospedali in meno oggi: chiuso l’ospedale di San Felice, chiuso l’ospedale di Concordia,  chiuso l’ospedale di Finale Emilia, ridimensionato Mirandola cui è stato tolto – tra le tante altre cose – il reparto più bello, la Maternità. Alcuni ospedali sono stati sostituiti da Case della comunità, i Cau, ed erogano servizi di base, pur sempre preziosi e di cui c’è grande richiesta, e arriveranno Case della Comunità nuove (San Felice), o rinnovate (a Cavezzo e Concordia),

Il personale

L’Italia è il paese in cui formiamo medici e infermieri e poi vanno a lavorare all’estero dove ci sono condizioni di lavoro migliori. E’ il posto in cui è sempre più difficile lavorare al Pronto Soccorso (pensiamo ad esempio alle violenze e alle aggressioni, l’ultima a Carpi pochi giorni fa), dove il medico di base nelle aree come la nostra, isolata ma neanche troppo, si fa fatica a farlo trasferire.

C’è poi il problema dell’anzianità, e di chi va in pensione. Insomma, il servizio sanitario pubblico e universale è a rischio. Per questo i sanitari chiedono al Governo una grande riforma strutturale, con provvedimenti urgenti per salvare il servizio sanitario e mantenere il suo carattere universalistico.