Amministrative Medolla
I cento linguaggi di Loris Malaguzzi: la rivoluzione educativa nata a Reggio Emilia cui guarda la principessa Kate
C’è un’idea nata a Reggio Emilia che, da decenni, continua a influenzare il modo di pensare l’infanzia in tutto il mondo. È quella dei “cento linguaggi dei bambini”, intuizione pedagogica di Loris Malaguzzi, maestro e pedagogista che ha trasformato l’esperienza educativa reggiana in un modello internazionale.
Un tema che tornerà inevitabilmente al centro dell’attenzione anche nei giorni della visita della principessa Kate Middleton a Reggio Emilia, prevista il 13 e 14 maggio per conoscere da vicino il celebre “Reggio Emilia Approach”. Ma al di là dell’evento internazionale, i “cento linguaggi” rappresentano soprattutto una delle più profonde riflessioni contemporanee sul rapporto tra bambini, apprendimento e creatività.
“Il bambino ha cento lingue”
La teoria dei cento linguaggi nasce dall’idea che ogni bambino possieda infinite possibilità di espressione, conoscenza e relazione. Non esiste un solo modo di imparare o comunicare: il bambino pensa, esplora e comprende il mondo attraverso il corpo, il disegno, il gioco, la musica, la fantasia, le emozioni, il movimento, la parola, la manipolazione.
Malaguzzi racchiuse questo pensiero nella celebre poesia “Invece il cento c’è”, diventata nel tempo una sorta di manifesto pedagogico:
“Il bambino ha cento lingue
cento mani
cento pensieri
cento modi di pensare…”
Per il pedagogista reggiano, il rischio della scuola tradizionale era quello di impoverire questa ricchezza, privilegiando soltanto alcuni linguaggi — soprattutto quello verbale e logico — a discapito di tutti gli altri.
Una critica alla scuola tradizionale
La riflessione di Malaguzzi nasce nel dopoguerra, ma resta attualissima ancora oggi. Secondo il pedagogista, troppo spesso gli adulti dividono ciò che nel bambino è naturalmente unito: mente e corpo, fantasia e ragione, gioco e apprendimento.
Nella poesia, Malaguzzi scrive che la scuola e la cultura “rubano novantanove” linguaggi al bambino, imponendo regole e modelli che limitano creatività, curiosità e autonomia.
Non è una critica contro l’istruzione, ma contro un’idea di educazione rigida, standardizzata e centrata soltanto sulla prestazione.
Al contrario, il Reggio Emilia Approach considera il bambino una persona competente, capace di costruire conoscenza attraverso l’esperienza, la relazione e la ricerca.
L’ambiente come “terzo educatore”
Uno degli aspetti più innovativi del pensiero malaguzziano riguarda anche gli spazi educativi. Nidi e scuole dell’infanzia reggiane vengono progettati come luoghi aperti, luminosi, ricchi di materiali, atelier e occasioni di sperimentazione.
L’ambiente diventa così il “terzo educatore”, accanto agli insegnanti e alle famiglie.
Gli atelier creativi, ad esempio, non sono semplici laboratori artistici: sono spazi dove il bambino può dare forma ai propri pensieri attraverso materiali, colori, suoni e costruzioni, sviluppando contemporaneamente immaginazione e capacità cognitive.
Un modello studiato in tutto il mondo
Quella nata a Reggio Emilia non è rimasta un’esperienza locale. Oggi il Reggio Emilia Approach è studiato nelle università internazionali e adottato in centinaia di scuole in Europa, Stati Uniti, Asia e Australia.
Il Centro Internazionale Loris Malaguzzi accoglie ogni anno educatori, ricercatori e amministratori provenienti da tutto il mondo interessati a conoscere il modello educativo reggiano.
Il successo internazionale deriva proprio dall’universalità del messaggio: riconoscere il bambino come soggetto ricco di potenzialità, capace di apprendere attraverso molteplici linguaggi.
Una lezione ancora attuale
A oltre trent’anni dalla morte di Loris Malaguzzi, i “cento linguaggi” continuano a interrogare scuola e società.
In un’epoca dominata dalla velocità, dalla standardizzazione e dalle tecnologie digitali, il pedagogista reggiano ricorda che l’apprendimento non può essere ridotto a test, voti o performance.
Educare significa invece ascoltare, osservare, lasciare spazio alla scoperta e alla creatività.
Per questo i “cento linguaggi” non parlano soltanto di infanzia, ma di un diverso modo di guardare alle persone, alle relazioni e alla conoscenza.
E forse è proprio questa la ragione per cui, ancora oggi, il mondo continua a guardare a Reggio Emilia.
LEGGI ANCHE
Tutti pazzi per Kate: la “Royal-mania” contagia anche Modena
LEGGI ANCHE
Reggio Emilia insegna ancora una cosa: i nidi pubblici funzionano meglio quando restano pubblici
Tutti pazzi per Kate: la “Royal-mania” contagia anche Modena



















































