Mirandola ricorda Sergio Ramelli. Nel pomeriggio di sabato 2 maggio, il piazzale antistante le piscine comunali ha ricevuto ufficialmente il nome del giovane militante del Fronte della Gioventù ucciso a Milano cinquant’anni fa, vittima della violenza politica degli anni di piombo. La cerimonia ha visto la partecipazione di diversi rappresentanti istituzionali, ma ha fatto notare soprattutto qualcosa che mancava: la sindaca di Mirandola e la quasi totalità della giunta comunale.

Chi era Sergio Ramelli

Sergio Ramelli aveva diciotto anni quando, il 13 marzo 1975, fu aggredito sotto casa sua a Milano da un gruppo di militanti di Avanguardia Operaia armati di chiavi inglesi. Il pretesto fu un tema scolastico in cui il ragazzo, studente al liceo Molinari e iscritto al Fronte della Gioventù — la gioventù del Movimento Sociale Italiano — aveva espresso solidarietà ai reduci di Salò. Rimasto in coma per quarantasette giorni, morì il 29 aprile 1975. Nessuno intervenne in suo soccorso quella sera. I responsabili furono condannati solo anni dopo, grazie anche alla tenacia dei familiari e a inchieste giornalistiche che riaprirono il caso.

La sua storia è diventata nel tempo un simbolo della violenza politica degli anni Settanta, ricordato ogni anno il 29 aprile con una cerimonia a Milano a cui partecipano esponenti della destra italiana, da Giorgio Almirante fino ai vertici di Fratelli d’Italia. La data è entrata nel calendario della memoria della destra nazionale.

La cerimonia a Mirandola

L’intitolazione del piazzale delle piscine è nata da una mozione presentata in Consiglio Comunale dal consigliere Gianni Righetti di Fratelli d’Italia, approvata il 28 aprile 2025. Sabato il momento solenne: la posa di una targa in marmo — donata dal Circolo locale di FdI — con la dedica “studente vittima dell’odio politico”.

Sul palco, o nelle immediate vicinanze, una rappresentanza istituzionale di tutto rispetto sul fronte del centrodestra: il senatore Michele Barcaiuolo, l’onorevole Daniela Dondi, i consiglieri regionali Annalisa Arletti e Ferdinando Pulitanò. Per il Comune erano presenti l’assessore allo Sport Lisa Secchia, il presidente del Consiglio Comunale Antonio Tirabassi e i consiglieri Massimiliano Russo e Gianni Righetti.

L’assessora Secchia ha sottolineato il valore educativo del gesto: «Vogliamo lasciare alle nuove generazioni il messaggio che la violenza del passato, proveniente da qualsiasi area politica, non può essere giustificazione per la violenza nel presente». Righetti ha rimarcato la valenza civile dell’iniziativa: «Intitolare un luogo pubblico significa affermare che, al di là di ogni appartenenza politica, esiste un principio più alto e non negoziabile: la dignità della persona».

 La sindaca di Mirandola non ha presenziato alla cerimonia, così come la grande maggioranza degli assessori della giunta comunale. Una scelta — o un’assenza — che non è passata inosservata, e che inevitabilmente alimenta interrogativi sulla coesione politica attorno a un’iniziativa che, almeno formalmente, porta la firma dell’intera amministrazione.

L’intitolazione era stata approvata in Consiglio Comunale, e dunque ha seguito il suo iter istituzionale. Ma la distanza fisica di larghi settori della giunta dalla cerimonia racconta qualcosa di più: il nome di Sergio Ramelli, pur nella condanna universale della violenza politica, resta un terreno su cui il centrosinistra — e non solo — fatica a stare con convinzione. La sua memoria è stata rivendicata storicamente dalla destra missina e post-missina, e oggi da Fratelli d’Italia, che non ha fatto mistero del proprio protagonismo nell’occasione, dalla mozione alla donazione della targa.