CARPI (MO) – Il silenzio del campo di Fossoli, rotto solo dal vento che soffia tra le baracche restaurate, ha fatto da cornice ieri, venerdì 10 aprile 2026, a un’intensa giornata di formazione dedicata ai giornalisti. Un appuntamento – durante il quale al cronista Nello Scavo è stato conferito il “Premio Focherini” per la Libertà di stampa – promosso da Fondazione Fossoli e Associazione Stampa Modenese con patrocinio di Comune di Carpi, Diocesi di Carpi, Provincia di Modena, in collaborazione con Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna, Osservatorio sulla libertà di stampa, Federazione Italiana Settimanali Cattolici, Unione della Stampa Cattolica Italiana e Avvenire, che non è stato solo un aggiornamento professionale, ma un profondo viaggio nella coscienza storica e nel dovere della testimonianza.
La voce della memoria: Francesco Manicardi e Primo Levi
La giornata si è aperta con un momento di straordinaria forza simbolica: una visita guidata condotta da Francesco Manicardi, nipote del beato Odoardo Focherini. Manicardi ha accompagnato i colleghi tra i viali del campo, intrecciando i dati storici con i fili della memoria familiare.
Il momento più toccante della mattinata si è consumato quando Manicardi ha prestato la voce a un brano di Primo Levi. Le parole dello scrittore, che proprio da questo luogo iniziò il suo calvario verso l’inferno di Auschwitz, hanno risuonato con una forza rinnovata, richiamando i presenti alla responsabilità della parola.
Un momento di commozione profonda: Vi proponiamo di seguito la registrazione video integrale di questa lettura, un documento che restituisce l’atmosfera sospesa e l’emozione vibrante che ha unito tutti i partecipanti.
Primo Levi a Fossoli
Il 22 febbraio 1944 Primo Levi, reduce dal campo di Fossoli, fu caricato sul convoglio che dalla stazione ferroviaria di Carpi lo avrebbe trasportato ad Auschwitz. Sulla banchina, subito prima della partenza, vide nitidamente in un gendarme della Repubblica Sociale Italiana, addetto alla sorveglianza dei prigionieri, la prova vivente della piena compartecipazione dei fascisti italiani alla deportazione degli ebrei verso la Germania nazista. A raccontare dello scambio di battute che ne seguì sono stati Massimo Dini e Stefano Jesurum in Primo Levi Le opere e i giorni, del 1992.
«Il 21 febbraio 1944 gli ebrei di Fossoli sanno: domani saranno tutti deportati. Dove non è chiaro, però il consiglio che ricevono è di prepararsi a quindici giorni di viaggio. Non c’è niente da fare, né da discutere: per ognuno che fosse mancato all’appello ne sarebbero stati fucilati dieci, gli ordini sono ordini. Nelle baracche, quella notte trascorre in un collettivo, allucinante, addio alla vita. Chi invoca il Kadòsh Baruch hu, il Signore Benedetto Egli sia, chi si ubriaca e si abbrutisce, chi si lascia andare preda della disperazione, chi cercanell’oblio della passione l’ultimo conforto. Le madri vegliano fino all’alba, frenetiche e premurose, mettendo insieme il necessario per la partenza: preparano le valigie, lavano accuratamente i bambini, fanno il bucato, cucinano focacce, raccolgono fasce, giocattoli, cuscini. Stanno perdendo se stessi, stanno abbandonando l’esistenza terrena; qualcuno si dedica al lutto secondo la tradizione ebraica. Scalzi, le donne con i capelli sciolti, le candele dei morti accese e sparse per terra un poco ovunque, pregano e piangono. Il campo si riempie di fantasmi folli. La mattina del 22, dopo un interminabile elenco, nome per nome, quando la lista della morte è stata controllata nei dettagli e i circa seicento «pezzi» sono tutti presenti e regolarmente registrati, Primo Levi e gli altri vengono spinti dai fascisti su alcuni camion delle SS che li devono trasportare da Fossoli alla stazione ferroviaria di Carpi. I tedeschi fanno da scorta, bastonanno col calcio del fucile quelli che si attardano, che camminano lenti, che si fermano ad aspettare un parente o un amico. Lo shock delle percosse è immenso. Allora è proprio vero, è come ai tempi dei pogrom zaristi, delle persecuzioni papaline, dei roghi dell’Inquisizione. La memoria corre alle umiliazioni millenarie subìte dal Popolo di Dio. Il prigioniero Levi guarda uno dei gendarmi, un emiliano dai lineamenti regolari, e gli dice: “Si ricordi di quello che sta vedendo, si ricordi che lei ne è complice, e si comporti di conseguenza”. L’uomo, con l’espressione del viso impietrita dal terrore, lo accompagna a prendere un po’ d’acqua, preziosa, alla fontanella che sta all’inizio dei binari. “Ma che cosa posso fare io?” chiede con voce smarrita. “Faccia il ladro, è molto più onesto” gli risponde semplicemente la sua vittima».
Odoardo Focherini: il giornalista che scelse la verità
La presenza di Francesco Manicardi ha permesso di ricordare una figura centrale per la categoria: suo nonno, il beato Odoardo Focherini. Sebbene sia universalmente noto come “Giusto tra le nazioni” per aver salvato oltre cento ebrei, Focherini va ricordato innanzitutto come un collega di straordinario valore.
In quanto amministratore e firma de L’Avvenire d’Italia, Focherini interpretò il giornalismo come una missione di verità e giustizia. Non fu un eroe silenzioso, ma un professionista che usò la sua rete e le sue competenze per contrastare l’orrore nazifascista. Il suo arresto, avvenuto nel marzo del 1944 proprio a causa della sua attività di salvataggio, e la successiva morte nel campo di Hersbruck, rappresentano ancora oggi il monito più alto per chiunque scelga di fare della comunicazione uno strumento di libertà.
Quel 22 febbraio 1944: la “piena compartecipazione”
La riflessione è poi proseguita sul legame tra Levi e il campo emiliano. Era il 22 febbraio 1944 quando lo scrittore fu caricato sul convoglio alla stazione di Carpi. Sulla banchina, Levi ebbe un’epifania dolorosa sulla natura del fascismo nostrano.
Come documentato da Massimo Dini e Stefano Jesurum in Primo Levi: le opere e i giorni (1992), lo scrittore scorse in un gendarme della Repubblica Sociale Italiana la prova vivente della complicità italiana nella deportazione. Quello scambio di battute sulla banchina, ricordato durante la formazione, serve oggi a rammentare ai giornalisti quanto sia fondamentale analizzare le responsabilità individuali e collettive, senza mai cadere nell’autoassoluzione storica.
La formazione come presidio
L’evento di ieri ha ribadito che il ruolo del cronista non è solo riportare i fatti, ma coltivarne il contesto. In un’epoca di informazioni veloci, tornare a Fossoli sotto la guida di chi, come Manicardi, ne custodisce l’eredità intellettuale e familiare, diventa un atto necessario per mantenere alta la guardia contro l’indifferenza.