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Colesterolo, il cardiologo: “Non curiamo il numeretto, curiamo il paziente”



Il colesterolo è uno dei temi più discussi quando si parla di prevenzione cardiovascolare. È anche uno dei più esposti alla confusione, soprattutto sui social, dove si alternano semplificazioni, polemiche sulle statine, consigli non verificati e promesse di soluzioni alternative.
Il dottor Valerio Siena, cardiologo e dirigente medico dell’AUSL di Ferrara, parte da un punto chiave: “Noi non curiamo i numeri. Curiamo il paziente”.
Significa che il colesterolo non va interpretato come un valore isolato, uguale per tutti. Lo stesso numero può avere un significato diverso in persone diverse. Un paziente giovane, senza altri fattori di rischio, non è uguale a un paziente diabetico, fumatore, con placche alle carotidi o con un precedente infarto.
Per questo l’obiettivo del colesterolo, in particolare del colesterolo LDL, il cosiddetto “colesterolo cattivo”, dipende dal rischio cardiovascolare complessivo. Contano l’età, la pressione, il diabete, il fumo, la familiarità, la presenza di placche, la storia clinica, l’elettrocardiogramma, l’ecocardiogramma e gli eventuali eventi già avuti.
“Non è vero che deve essere basso per tutti allo stesso modo”, spiega Siena. Ma ci sono pazienti per i quali abbassarlo è fondamentale. Chi ha già avuto un infarto, per esempio, ha bisogno di obiettivi molto più stringenti, perché ridurre il colesterolo significa ridurre il rischio di nuovi eventi.
Lo stesso può valere per chi non ha ancora avuto un infarto ma presenta un rischio elevato: diabete, placche importanti, ipercolesterolemia familiare, valori molto alti e altri segnali di preoccupazione. In questi casi, il colesterolo non è un dettaglio: è uno dei fattori che contribuiscono alla probabilità di infarto, ictus e altri eventi cardiovascolari.
Il cardiologo mette però in guardia da un’altra semplificazione: valore alto uguale farmaco immediato. Non funziona così. Quando possibile, il primo intervento è sullo stile di vita: alimentazione, attività fisica regolare, controllo del peso, riduzione del fumo e degli altri fattori di rischio.
“Il farmaco non è la prima scelta automatica davanti a un numerino”, chiarisce Siena. Prima si valuta il paziente, si prova a modificare ciò che può essere corretto naturalmente e poi, se il rischio lo richiede, si considera l’aiuto farmacologico.
L’attività fisica, ricorda il cardiologo, può contribuire a ridurre il colesterolo. Anche la perdita di peso, quando necessaria, può migliorare il profilo di rischio. Ma tutto va inserito in un percorso ragionato, non in una gara al valore perfetto.
Il problema, oggi, è che il colesterolo è diventato anche terreno di disinformazione. C’è chi sostiene che non sia un fattore di rischio, chi invita a ignorarlo, chi contrappone rimedi “naturali” ai farmaci senza considerare la situazione clinica del paziente. Per Siena, i dati scientifici sul ruolo del colesterolo nella prevenzione cardiovascolare sono forti. Non è l’unico fattore di rischio e non sempre è quello che pesa di più, ma ignorarlo sarebbe un errore.
La prevenzione, dunque, non è inseguire un numero. È capire quale rischio ha quella persona e cosa si può fare per ridurlo. In alcuni casi basteranno dieta, movimento e perdita di peso. In altri serviranno anche farmaci. La differenza la fa la valutazione medica, non il consiglio letto sui social.









































