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Attentato Modena, gli “avvoltoi” della propaganda e la lezione di chi ha fermato l’orrore
Mentre la politica nazionale si divide tra chi alimenta paura e chi richiama alla responsabilità, da Modena arriva una verità semplice e difficilmente manipolabile: a fermare l’uomo che ha travolto sette persone in centro città sono stati anche cittadini stranieri. Uomini che, senza esitazione, hanno rischiato in prima persona per proteggere altri.
Da una parte il vicepremier Antonio Tajani, che ha ricordato come Salim El Koudri fosse cittadino italiano e non un immigrato irregolare, smentendo così la narrazione immediatamente cavalcata dall’estrema destra. Dall’altra Roberto Vannacci, che sui social ha rilanciato lo slogan della “remigrazione”, chiedendosi “quante Modena dovranno ripetersi”.
In mezzo ci sono i fatti. E i fatti raccontano che tra coloro che hanno immobilizzato l’aggressore c’erano Osama Shalaby, muratore egiziano di 56 anni, e suo figlio Mohammed, 20 anni. “Non abbiamo avuto paura, siamo egiziani, abbiamo paura solo di Dio”, ha detto Osama dopo una notte in cui Modena ha sfiorato una tragedia ancora più grave.
Sono trent’anni che vive in Italia, ma non è ancora cittadino italiano. Eppure, mentre sui social si invocavano espulsioni di massa e deportazioni mascherate da “remigrazione”, lui e suo figlio intervenivano per fermare un uomo armato e fuori controllo. “Spero che il mio gesto serva a qualcosa”, ha aggiunto, raccontando il sogno semplice di una casa popolare dove vivere insieme alla propria famiglia.
Parole che pesano più di molti slogan.
Anche il sindaco Massimo Mezzetti ha scelto di non lasciare spazio alla propaganda. Ringraziando Luca Signorelli, il primo a intervenire, ha sottolineato il ruolo decisivo avuto da altri cittadini stranieri nella messa in sicurezza dell’aggressore. “Non bisogna mai generalizzare”, ha detto, denunciando la presenza di “avvoltoi” pronti a sfruttare il dolore collettivo per alimentare odio e rancore.
Il sindaco ha indicato due pericoli distinti ma intrecciati: quello rappresentato da chi compie violenze e attentati, e quello di chi usa quei drammi per incendiare ulteriormente il clima sociale. Una distinzione che oggi appare necessaria più che mai.
Perché Modena, alla fine, racconta esattamente il contrario della propaganda tossica di queste ore. Racconta che l’identità non si misura con il sangue o con i cognomi, ma con le azioni. Racconta che il coraggio può avere accento egiziano. Racconta che chi salva vite viene ancora trattato come straniero, mentre chi semina odio pretende di parlare a nome della patria.
E soprattutto racconta che una comunità si difende insieme, oppure non si difende affatto.






































