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A Rimini Wellness il corpo non vuole più vincere: vuole sopravvivere. E Focault prenderebbe appunti
Di Antonella Cardone
A Rimini Wellness capisci subito che il corpo umano, nel 2026, è diventato una questione pubblica. Non un corpo qualsiasi: il corpo allenato, tracciato, monitorato, stirato, nutrito, integrato, fotografato di tre quarti sotto una luce gentile da stand. Attraverso padiglioni in cui tutto vibra — musica, glutei, shaker, led, offerte commerciali, mascelle serrate dalla caffeina pre-workout — arrivo alla Holistic Wellbeing Area con la sensazione molto precisa di chi abbia appena attraversato una tangenziale emotiva. Qui il volume si abbassa. O forse sono io che smetto di difendermi dal volume. Ci sono massaggi, ayurveda, riflessologia plantare, pilates, medicina complementare. Corpi sdraiati invece che esibiti. Piedi presi sul serio. Schiene ascoltate come se contenessero una biografia, e probabilmente la contengono davvero.
Il contrasto con il resto della fiera è talmente evidente da sembrare scritto da qualcuno con un senso dell’umorismo molto romagnolo: da una parte l’apoteosi della prestazione, dall’altra una signora che ti spiega che il diaframma non mente mai. Io naturalmente mi sento a casa. Non perché sia una creatura risolta, anzi: proprio perché non lo sono. Il mio diaframma è irrimediabilmente rigido. Ma perché, diciamolo, dopo aver sperimentato due anni fa il massaggio all’orecchio — esperienza che ancora oggi non so se archiviare sotto “medicina complementare”, “rivelazione mistica” o “momento in cui ho perso definitivamente il diritto al cinismo” — mi muovo qui dentro con la postura di chi ha già fatto un upgrade. Non sono più una turista del benessere olistico: sono almeno un livello pro della resa assistita. Una che, davanti a un lettino, un olio caldo e una persona pronta a spiegarti che il corpo parla, non scappa. Si toglie gli occhiali, si sdraia e ascolta cosa ha da dire la propria cervicale.
La zona olistica è l’unico punto di RiminiWellness in cui la stanchezza non viene trattata come un difetto tecnico da correggere, ma come un messaggio da decifrare. Altrove il corpo deve fare, spingere, bruciare, performare. Qui il corpo può anche dire: guarda, io oggi non ce la faccio. E questa, dentro una fiera del fitness, suona quasi come una dichiarazione politica.
Per anni ci siamo raccontati il benessere come una forma elegante di controllo: contare passi, calorie, battiti, minuti in zona cardio, ore di sonno, bicchieri d’acqua, grammi di proteine, respiri profondi, possibilmente senza mai perdere il sorriso da persona che ha capito tutto. Ma qualcosa si è incrinato. Una recente ricerca dice che l’85% degli italiani prende decisioni legate al proprio benessere seguendo lo stato mentale del momento, mentre solo il 7% si riconosce ancora nell’approccio ultra-performativo del tracking estremo. Traduzione da padiglione fieristico a vita reale: non vogliamo più diventare macchine perfette, vogliamo smettere di sentirci macchine rotte.
E allora questa area olistica, che a prima vista potrebbe sembrare il reparto morbido, aromatico, un po’ laterale della grande macchina RiminiWellness, diventa invece il cuore segreto della faccenda. Perché qui si vede meglio che altrove il cambio di paradigma: il wellness non è più soltanto muscolo, performance, sfida, addominale e prima/dopo. È recupero. È energia mentale. È sonno. È stress. È quella cosa molto contemporanea e molto poco eroica che consiste nel cercare di arrivare a sera senza sentirsi completamente prosciugati.
A questo punto, mentre una persona riceve un trattamento ayurvedico e io tento di non sembrare troppo interessata alla sua serenità, mi torna in mente Michel Foucault, che naturalmente è una cosa abbastanza ridicola da pensare in una fiera dove a pochi metri vendono leggings modellanti e integratori al gusto biscotto. Però il punto c’è. Foucault aveva spiegato che a un certo punto il potere non si è più limitato a comandare dall’alto, ma ha cominciato a occuparsi della vita stessa: salute, corpi, nascite, morti, durata dell’esistenza, organizzazione delle cure. Lo chiamava biopotere. La politica che entra nella biologia, lo Stato che gestisce la salute pubblica, le istituzioni che decidono quanto e come una popolazione debba vivere, curarsi, riprodursi, conservarsi. Qui, nella versione fieristica e privatizzata della faccenda, il biopotere ha il volto più gentile di uno smartwatch, di un massaggio plantare, di una app che ti dice se hai dormito male e di un operatore che ti invita a respirare meglio. Non più solo “ti controllo”, ma “ti aiuto a controllarti”. Che è molto più sottile. E molto più vendibile.
E’ la nuova industria della calma. Perché anche la calma, qui, ha il suo stand, il suo listino, il suo operatore, il suo badge. Eppure sarebbe troppo facile liquidarla così, con il solito cinismo da persona che non vuole farsi fregare e quindi si frega da sola. La verità è che, in mezzo a tutto questo, qualcosa di autentico c’è. Lo vedi nei corpi che si fermano. Nelle persone che chiudono gli occhi mentre qualcuno lavora sulla pianta del piede. Nelle conversazioni a bassa voce sul sonno, sull’ansia, sulla schiena che tira, sulla testa che non stacca mai.
La Romagna, poi, fa il resto. Perché Rimini non è mai solo Rimini, è mare appena oltre, asfalto caldo, bar, fiere, corpi di passaggio, desideri provvisori, vite che per qualche giorno si spostano tutte nello stesso punto e fingono di avere una direzione comune. In questo scenario, la Holistic Wellbeing Area sembra quasi una pausa dentro la pausa, una stanza più lenta ricavata nel ventre rumoroso della fiera. Il luogo in cui la Riviera smette per un attimo di venderti energia e prova a venderti riposo. Che poi è una contraddizione meravigliosa, e infatti funziona.
Io mi aggiro tra lettini, tappetini, oli, dimostrazioni di pilates e promesse di riequilibrio con il monologo interiore acceso: mi si nota di più se faccio una domanda sulla riflessologia o se resto in silenzio fingendo una consapevolezza corporea che non possiedo? È più onesto dire che credo nell’ayurveda o che credo soprattutto nella possibilità, rarissima, che qualcuno mi dica per venti minuti di respirare e io non debba rispondere a nessuno? Mi fermo davanti a un trattamento, osservo una persona sdraiata con l’espressione pacificata di chi ha temporaneamente sospeso la guerra con se stessa, e penso che forse tutto il punto è qui: non guarire, non trasformarsi, non diventare migliori. Solo concedersi una tregua.
La Gen Z questa cosa sembra averla capita in modo brutale e lessicalmente perfetto: “social battery”, “brain fog”, “bed rot”, “wellness snacking”. Parole che sembrano meme, ma sono cartelle cliniche culturali. I Millennials, più disciplinati e più stanchi, cercano una pianificazione flessibile, yoga, meditazione, natura, respirazione profonda. La Gen Z oscilla: letto e workout intenso, collasso e ripartenza, spegnersi e riaccendersi. In mezzo, tutti noi, con una batteria sociale che si scarica sempre prima e una quantità crescente di dispositivi pronti a misurarci anche l’umore.
Qui però, tra massaggi ayurvedici e riflessologia, la tecnologia resta sullo sfondo. Non scompare, certo: il wearable continua a promettere di interpretare stress, recupero, battito, sonno, stati emotivi. Ma c’è ancora qualcosa di radicalmente analogico: una mano su una spalla, una pressione sul piede, un respiro guidato, un corpo che viene considerato non come progetto da ottimizzare ma come luogo da abitare. E dopo ore passate in mezzo alla fiera più performativa d’Italia, questa idea appare quasi sovversiva.
Alla fine esco da lì senza essere diventata più sana, più centrata o più illuminata. Sarebbe stato sospetto. Però esco con una convinzione: il futuro del wellness non sarà soltanto più veloce, più tecnologico, più preciso. Sarà anche più stanco. Più emotivo. Più intermittente. Più umano. E forse RiminiWellness, proprio nel suo contrasto tra addominali urlanti e massaggi silenziosi, racconta bene il tempo in cui siamo finiti: vogliamo ancora migliorare, certo, ma possibilmente senza distruggerci nel processo. Vogliamo performare, ma anche sparire sotto una coperta. Vogliamo contarci i passi, ma anche che qualcuno ci ricordi che ogni tanto possiamo fermarci.
E in fondo, dentro una fiera dove tutto corre, il gesto più contemporaneo non è accelerare. È sdraiarsi.
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LA FOTOGALLERY DI RIMINI WELLNESS 2026
LEGGI TUTTE LE PUNTATE DEL REPORTAGE 2024
Puntata 1 Rimini! (Ma era la fiera del fitness)
Puntata 2 Il giorno che ho ballato con il dio della zumba e ho guadagnato un peluche
Puntata 3 Il mio ginocchio sapeva tutto. Io no.
Puntata 4 Non ho visto il mare. Mi sono divertita lo stesso.






























































