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Foto di gruppo per i candidati modenesi del Pd

Sono i giorni della pubblicazione del rapporto Ichese, del ritorno della paura di possibili correlazioni trivellazioni e sisma, della rabbia per un rapporto che è stato tenuto nascosto per troppo tempo, con le ferite ancora vive dell’alluvione e pronti a spingere di nuovo i nostri 27 morti del terremoto nel tragico anniversario che ci aspetta, e che qualcuno passerà ancora nei Map.
Per il partito che qui governa omogeneamente su tutta la Bassa, il Partito Democratico, è un difficile momento per la campagna elettorale, anche perchè chi si candida qui si deve dare risposte su decisioni prese altrove, a Modena, Bologna o Roma.
Per questo ieri, alla grande iniziativa che ha dato il via, con Debora Serracchiani, alla campagna elettorale del PD  a Modena, è stato deciso di dare spazio a chi è il volto più credibile oggi del partito, i sindaci.
Per la Bassa ha parlato il primo cittadino di Medolla, Filippo Molinari. Questo il discorso che ha tenuto.

 

Buonasera a tutti, sono molto felice di essere qui con tutti voi stasera.

Idealmente sono con me, su questo palco, anche i sindaci del cratere dei sismi del maggio 2012 e dell’alluvione del gennaio 2014, molti dei quali, come me, si ricandidano per un secondo mandato. A tutti loro e anche ai nuovi candidati che raccolgono la pesante eredità emergenziale di chi li ha preceduti – penso a Francesca Silvestri a Bastiglia o a Lisa Luppi a Cavezzo o a Luca Prandini a Concordia – va il mio primo pensiero ed il mio abbraccio più grande.

E parto proprio da qui: perché ricandidarsi dopo aver sostenuto una prova così dura come quella della gestione dell’emergenza prima, della ricostruzione poi? La domanda non è così peregrina, perché questi ultimi due anni sono stati davvero difficili.

La risposta – una delle risposte possibili- è che io credo che in mezzo alle difficoltà che abbiamo dovuto e dobbiamo superare, in mezzo alla paura ed alle macerie, in mezzo ai danni ed alle inevitabili tensioni, sia nato un bel fiore.
Il fiore della responsabilità e dell’affidabilità, il fiore della capacità degli amministratori del nostro partito di rappresentare un punto di riferimento sicuro in un momento terribile.

Città capaci è lo slogan scelto per lanciare questa campagna per le amministrative. Io mi sentirei di aggiungere amministratori capaci, di fare cosa? Di fare comunità, di essere un collante vero per migliaia di persone smarrite e impaurite, di imprese in ginocchio e servizi da ricostruire.
Di esserci sempre e di esserci bene.

Personalmente ritengo ci sia un prima e un dopo nel modo di essere sindaco, perché da questa esperienza abbiamo imparato quanto sia importante tenere vivo un dialogo quotidiano con la propria comunità, quanto sia dispendioso ma indispensabile darsi, esserci, rispondere alle domande, paradossalmente anche fungere da parafulmine per le tensioni e le incazzature, se serve a fare un passo avanti. Quindi accanto al sindaco del fare che ha così ben descritto Giancarlo prima, non scordiamoci del sindaco dell’essere e dell’esserci, che è altrettanto importante per “fare comunità”.

Detto questo, l’esserci da solo spesso non basta.
Approfitto di questa serata per riportare all’attenzione di tutti e del partito nazionale in particolare la necessità, se vogliamo cogliere a pieno la sfida che i disastri naturali ci hanno consegnato, che gli eventi localizzati in un’area precisa del paese, oggetto prima di due eventi sismici poi di un’alluvione, diventino paradigmatici per l’intero sistema nazionale di sicurezza e grandi calamità.

Mancano ad oggi, infatti, in un paese così vulnerabile ed esposto alle calamità naturali come l’Italia, due leggi fondamentali, per il presente ed il futuro dei territori.

La prima legge, sulle grandi calamità naturali, dovrebbe disciplinare con quale governance, quali procedure, quali mezzi, quali risorse umane ed economiche, gestire una grande emergenza ogni volta che questa si presenti. Facendo tesoro delle esperienze passate, sia quelle positive e virtuose, sia quelle negative, è imprescindibile arrivare ad una legge quadro nazionale, per non dover ogni volta ripartire da zero, impostando un corpus normativo e modalità operative sempre diversi.

La seconda legge, visto la peculiarità del territorio italiano, spesso fragile per caratteristiche intrinseche, ma più spesso vittima di cattiva programmazione ed utilizzo, è una legge di contenimento dell’uso dei suoli e di prevenzione dai rischi cui il territorio e’ sottoposto. Una legge nazionale che indirizzi e guidi anche a livello locale la programmazione territoriale nella direzione di tutelare e valorizzare il territorio, decidendo una volta per tutte e in maniera inequivocabile di considerarlo un bene da preservare piuttosto che una “materia prima” da utilizzare, passando dalla logica dell’emergenza a quella della prevenzione dai rischi a cui è sottoposto.

Perché servire la propria comunità è un onore ed un privilegio, anche e soprattutto nella tempesta. Ma se si ha alle spalle un sistema normativo solido e condiviso, possiamo evitare fatiche immani a tutti“.