Di Francesca Monari
Tre cose che puoi fare subito per ricordarti che non c’è solo il lavoro
Oggi il Caffè della Domenica esce in una veste insolita; il tema resta il lavoro ma è sul bilanciamento tra lavoro e vita personale -un bisogno molto sentito- che ci concentriamo oggi.
Quando si parla di conciliazione tra lavoro e vita privata, ovvero di work life balance, parliamo soprattutto di equilibrio tra il tempo da destinare al lavoro e quello da dedicare alla vita privata e alla famiglia. Certo ogni persona a seconda dell’età, della fase della vita in cui si trova e della situazione familiare matura diverse consapevolezze e priorità.
Io per prima sono tra quelle persone che ha “vissuto per lavorare” fino a quando ho dovuto rivedere la mia carriera professionale per dare la priorità alla salute. “Non tutti i mali vengono per nuocere” è un proverbio che ho fatto mio quando ho realizzato che ripensarmi in un’altra professione, modificare l’orario di lavoro e non sentire sempre “l’urgenza addosso”, mi hanno decisamente aiutata a recuperare un po’ di salute e un po’ di vita. Che poi, quando al lavoro tutto è sempre urgente, non è che forse c’è qualcosa di sbagliato?.
E non si tratta solo di tempo, di settimana lavorativa più corta o della possibilità di lavorare o meno da remoto. Può sembrare così, ma in realtà questo impellente desiderio di “equilibrio” parte da qualcosa di più profondo: la nostra salute mentale.
Adesso -da una parte- al posto di un lavoro sicuro c’è la ricerca di nuovi stimoli professionali, di
una retribuzione più alta e di una prospettiva di maggior equilibrio vita/lavoro. Dall’altra, in particolare tra i giovani, c’è preoccupazione per l’aspetto abitativo e per i figli: molte donne scelgono di non averne perché conciliare lavoro e famiglia è troppo faticoso. E anche avere una casa di proprietà -se non si hanno contratti di lavoro stabili- diventa un’utopia.
Ed è per questo che le aziende e le istituzioni devono ripensare al modo di prendersi cura delle persone. Il fatto che ci sia attenzione al tema è già positivo, ma ancora in tanti casi le iniziative messe in campo sono insufficienti. E se è così, si può provare a partire da lì per riequilibrare la situazione e anche il dipendente -naturalmente- deve metterci del suo.
Le aziende -se non lo stanno già facendo- devono riorganizzare i luoghi di lavoro in termini di flessibilità, carico di lavoro e benefit.
Le istituzioni devono riorganizzare i servizi per l’infanzia, supportare i lavoratori – più spesso le lavoratrici e/o caregiver- e rivedere le modalità di erogazione di affitti, mutui e prestiti per chi non ha un classico contratto a tempo indeterminato.
Nel frattempo però queste tre cose si possono già fare:
1️⃣ | Parlarne coi propri dipendenti e/o datori di lavoro.
2️⃣ | Ogni tanto spegnere il cervello da qualsiasi dinamica oppressiva.
3️⃣ | E e si lavora il giusto non sentirsi in colpa; organizzandosi si può.