di Yuleisy Cruz Lezcano

I dati diffusi dall’INAIL e quelli elaborati dall’osservatorio indipendente di Bologna curato da Carlo Sorricelli, insieme al monitoraggio costante di Piero Santonastaso attraverso la pagina “Morti di lavoro”, non divergono soltanto nella quantità dei risultati, ma soprattutto nella logica con cui quei risultati vengono prodotti, selezionati e resi leggibili. La distanza non è quindi semplicemente statistica, ma riguarda il modo stesso in cui si decide che cosa sia un evento degno di essere contato come morte sul lavoro, e quali soglie amministrative o narrative ne determinino l’ingresso nella visibilità pubblica. Nel perimetro INAIL il fenomeno viene restituito attraverso un sistema di classificazione istituzionale che distingue le morti avvenute sul luogo di lavoro da quelle in itinere, cioè nel tragitto tra casa e lavoro. In questa cornice, i dati del 2026 vengono presentati come in lieve diminuzione rispetto ai periodi precedenti, e la comunicazione istituzionale tende a inscrivere questa variazione dentro una traiettoria di miglioramento progressivo. La struttura del discorso è quella tipica dell’analisi congiunturale: il senso del fenomeno non risiede nella sua consistenza assoluta, ma nella sua variazione rispetto al passato recente. La riduzione diventa così non solo un dato, ma una forma di interpretazione implicita, che suggerisce un sistema sotto controllo, in evoluzione, orientato alla mitigazione del rischio. In questa impostazione, la statistica svolge una funzione di governo del reale. Infatti, seleziona, certifica, attende la validazione amministrativa e restituisce un quadro che privilegia la leggibilità istituzionale rispetto alla crudezza dell’immediatezza. Il tempo del dato è un tempo rallentato, filtrato dalla procedura, in cui ogni evento deve essere verificato prima di diventare definitivamente parte del conteggio.

L’osservatorio indipendente di Bologna, insieme al lavoro di monitoraggio giornalistico e civile di Santonastaso, costruisce invece un’altra temporalità e un’altra grammatica del fenomeno. Qui il conteggio non si limita al perimetro strettamente assicurativo o normativo, ma si estende a tutte le situazioni riconducibili al lavoro nella sua dimensione reale e sociale, comprese quelle che restano  ai margini delle classificazioni ufficiali o che non vengono ancora assorbite dal sistema amministrativo. Il risultato è un quadro più esteso, più continuo, che tende a includere ciò che il sistema istituzionale spesso frammenta o differisce nel tempo. In questa prospettiva, il fenomeno non appare come una curva in diminuzione, ma come una presenza costante, una ripetizione quotidiana che non si lascia ridurre facilmente alla logica delle variazioni percentuali. La media giornaliera delle morti, nella lettura indipendente, assume il valore di una costante strutturale: non un’oscillazione, ma una persistenza. E la persistenza, in termini statistici, sposta il fuoco dall’analisi delle differenze all’analisi dei livelli, cioè non da quanto il fenomeno cambia, ma da quanto rimane stabile nel tempo.

La divergenza tra questi due sistemi nasce innanzitutto da una diversa definizione operativa della variabile “morte sul lavoro”. Nel sistema INAIL essa è un evento giuridicamente e amministrativamente riconosciuto, sottoposto a criteri di verifica e a processi di validazione che ne garantiscono la coerenza interna ma ne restringono il campo. Nell’osservazione indipendente, invece, la definizione è più ampia e inclusiva, e tende a privilegiare la realtà dell’evento rispetto alla sua certificazione formale. Ne deriva che uno dei due sistemi lavora sulla riconoscibilità istituzionale del dato, mentre l’altro sulla sua prossimità immediata all’accadere. Questa differenza produce inevitabilmente una distanza interpretativa. Nel primo caso il fenomeno appare contenuto dentro una dinamica di miglioramento progressivo, anche quando lento o incerto. Nel secondo caso emerge invece una continuità più resistente, dove la riduzione perde centralità rispetto alla ripetizione del fenomeno stesso. La stessa realtà, osservata da scale diverse, assume configurazioni opposte: una traiettoria discendente da un lato, una stabilità inquieta dall’altro. In termini di teoria della misurazione, si potrebbe dire che i due approcci differiscono per grado di copertura del fenomeno e per funzione sociale del dato. Il dato istituzionale è costruito per essere amministrabile, confrontabile, integrato nei sistemi di policy. Il dato indipendente è costruito per essere visibile nella sua interezza, anche a costo di una minore rigidità classificatoria. Non si tratta di stabilire quale dei due sia più vero, ma di riconoscere che rispondono a logiche differenti di produzione della realtà.

La conseguenza è che la percezione pubblica del fenomeno dipende fortemente dal tipo di indicatore che viene privilegiato. Se prevale la lettura istituzionale, il lavoro appare inserito dentro un processo di progressivo contenimento del rischio. Se prevale la lettura indipendente, emerge invece una dimensione più cruda e continua, in cui la riduzione relativa non modifica la sostanza del fenomeno. In un caso la narrazione è quella del miglioramento, nell’altro quella della permanenza. Questa divergenza non è soltanto tecnica, ma profondamente politica. Perché ogni sistema di conteggio costruisce anche un sistema di percezione del reale. La scelta di enfatizzare la variazione o la stabilità, la percentuale o la continuità, non è neutra: determina il modo in cui una società interpreta la soglia di tollerabilità del rischio lavorativo. Quando il dato viene letto come miglioramento, il sistema appare sotto controllo; quando viene letto come persistenza, emerge la domanda su quanto una società possa considerare normale una mortalità legata al lavoro che si ripete nel tempo. Tra queste due rappresentazioni non c’è una semplice discrepanza numerica, ma una diversa filosofia della realtà sociale. Da una parte il dato come strumento di governo, che ordina il fenomeno e lo inserisce in una traiettoria leggibile. Dall’altra il dato come testimonianza civile, che insiste sulla sua continuità e sulla sua presenza quotidiana. In questa distanza si gioca non solo la lettura dei morti sul lavoro, ma il modo in cui una società decide di raccontare a sé stessa il rapporto tra produzione, rischio e vita umana.

Non si tratta di scegliere una verità contro l’altra, ma di riconoscere che ogni forma di conteggio è anche una forma di visibilità, e quindi una forma di responsabilità. Tra ciò che viene certificato e ciò che viene immediatamente vissuto si apre uno spazio che non è solo statistico, ma etico: lo spazio in cui il lavoro smette di essere una categoria astratta e torna a coincidere con le vite che lo attraversano e, talvolta, lo perdono.

Fonti:

INAIL – dati ufficiali infortuni e malattie professionali: https://www.inail.it
Osservatorio indipendente di Bologna (Carlo Sorricelli):
https://lunitadeilavoratorionline.wordpress.com
Piero Santonastaso – “Morti di lavoro” (monitoraggio giornalistico e civile, pagina Facebook e
report pubblici citati nei testi diffusi)