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Modena, l’orrore in strada e il disagio ignorato: la riflessione di Roberta Bruzzone sulla salute mentale
MODENA – Un pomeriggio come tanti, nel cuore di una città attraversata dalla normalità quotidiana. Persone a passeggio, famiglie, negozi aperti, il ritmo tranquillo del centro storico. Poi, all’improvviso, il caos: un’auto che piomba sui pedoni, diversi feriti gravissimi, la fuga del conducente, un coltello, il panico.
E subito dopo, inevitabile, la domanda che accompagna ogni tragedia improvvisa: “Com’è possibile?”.
A provare a dare una risposta è la criminologa Roberta Bruzzone, che sui social ha affidato una lunga riflessione sul rapporto tra disagio psichico, prevenzione e sicurezza pubblica. Un intervento duro, che parte proprio dai dettagli emersi nelle ore successive ai fatti di Modena.
Secondo quanto riportato dalle autorità e dagli organi di stampa, infatti, il soggetto fermato sarebbe stato già seguito nel 2022 dal Centro di Salute Mentale per disturbi schizoidi, prima che – come riferito – “se ne perdessero le tracce”. Un elemento che, per Bruzzone, impone interrogativi profondi sul funzionamento del sistema di presa in carico.
“La salute mentale in Italia è una delle grandi emergenze rimosse, sottovalutate, cronicamente depotenziate”, scrive la criminologa, sottolineando come il problema non sia soltanto il gesto violento finale, ma tutto ciò che lo precede: isolamento, perdita di contatto con la realtà, fragilità relazionale, mancanza di continuità terapeutica e progressivo abbandono sociale.
Bruzzone insiste su un punto preciso: non si tratta di criminalizzare chi soffre di disturbi mentali né di alimentare stigma, ma di riconoscere che il disagio psichico grave, se non intercettato e seguito adeguatamente, può degenerare.
“Quando il disagio grave viene abbandonato a sé stesso, non resta confinato nella stanza di chi lo vive”, osserva. “Può uscire, può correre, può armarsi, può travolgere chiunque”.
Nel suo intervento, la criminologa denuncia anche la carenza di strumenti, risorse e personale nei servizi dedicati alla salute mentale. Un sistema che spesso riesce a intervenire solo in fase emergenziale, quando ormai il danno è compiuto.
Da qui l’appello a un cambio di approccio: prevenzione reale, continuità terapeutica, integrazione tra servizi sanitari, famiglie, territorio e autorità. “Serve il coraggio di intervenire prima, non il rito sterile dello sgomento dopo”, scrive ancora.
La riflessione si chiude con una domanda destinata a far discutere: “Quante volte abbiamo deciso di non vedere quello che stava già succedendo?”. Una frase che, dopo quanto accaduto a Modena, pesa come un monito.
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