Amministrative Finale Emilia
Cosa sogna davvero la Principessa Kate? Il modello emiliano e la scuola di Sergio Neri, il visionario partito da Mirandola
La recente visita della Principessa di Galles, Kate Middleton, alle strutture educative di Reggio Emilia ha riacceso i riflettori internazionali su quello che il mondo intero invidia alla nostra Penisola: il “Reggio Approach”. Eppure, l’eco mediatica del viaggio reale ha innescato un dibattito che rischia di scivolare nell’equivoco. Sentir dire, come accaduto in alcune cronache oltremanica, che la Principessa sogni per il Regno Unito “una scuola come quella italiana” significa non comprendere la profonda differenza che intercorre tra il sistema statale generico e l’eccellenza unica, radicata e identitaria delle scuole comunali dell’Emilia-Romagna.


Questa eccellenza non è nata per caso, né per un miracolo burocratico. È figlia di una stagione d’oro della pedagogia e di menti illuminate che hanno saputo tradurre l’utopia in pratica quotidiana. Tra queste, spicca con forza la figura di Sergio Neri.
Da Mirandola all’avanguardia pedagogica
Pedagogista, intellettuale e instancabile innovatore, Sergio Neri era originario di Mirandola, nel cuore della Bassa Modenese. Ed è proprio da questo territorio, storicamente incline a fare della coesione sociale e dell’avanguardia educativa un tratto distintivo, che Neri ha mosso i passi per cambiare il volto della scuola italiana.
Mentre Reggio Emilia sviluppava l’approccio dei “cento linguaggi dei bambini” con Loris Malaguzzi, Sergio Neri offriva un contributo complementare e altrettanto rivoluzionario, focalizzato sulla demolizione di ogni barriera e sulla costruzione di una scuola autenticamente inclusiva. In un’epoca in cui la disabilità veniva confinata nelle “scuole speciali” o differenziali, Neri intuì che il vero grado di civiltà di una comunità si misura dalla capacità di accogliere tutti nella normalità del quotidiano.
Non un “parcheggio”, ma una comunità: la vera identità del modello emiliano
Il dibattito sollevato dalla visita reale ci costringe a ricordare cosa renda queste esperienze così diverse dal resto d’Italia. Il modello che ha affascinato la Principessa — e che Neri ha contribuito a strutturare a livello pedagogico regionale — si fonda su una precisa idea di Tempo Pieno, concepito non come un semplice prolungamento dell’orario o un “parcheggio” pomeridiano per andare incontro alle esigenze lavorative dei genitori, ma come un’estensione dello spazio educativo. È un tempo disteso in cui la musica, l’espressività corporea, il gioco e il legame profondo con il territorio entrano a pieno titolo nel programma formativo.
Scardinando il primato della sola lezione frontale, l’approccio emiliano valorizza da sempre i linguaggi non verbali, il corpo e l’arte come canali imprescindibili di apprendimento e di uguaglianza. Tutto questo è sorretto dalla centralità della comunità educante: la ferma convinzione che la scuola non sia un’isola, ma un nodo centrale della rete sociale, alimentato da una formazione continua e rigorosa dei docenti.
La differenza che la politica non deve dimenticare
L’ammirazione internazionale per le nostre scuole d’infanzia e per i nidi del territorio emiliano-romagnolo non deve quindi tradursi in una generica celebrazione della scuola statale italiana, che purtroppo viaggia spesso a velocità e con risorse ben diverse. Le scuole comunali che hanno attratto l’attenzione della Casa Reale britannica sono il prodotto di investimenti locali mirati, di una forte autonomia pedagogica e di una visione politica che ha sempre considerato l’educazione la prima forma di infrastruttura sociale.
La lezione che ci arriva da Sergio Neri, da Mirandola alle sue storiche consulenze nate proprio all’ombra di questo modello, è che l’inclusione e la qualità non si improvvisano. Richiedono pensiero critico, risorse e la capacità di guardare al bambino non come a un contenitore da riempire di nozioni, ma come a un cittadino portatore di diritti. Un concetto che la Principessa Kate ha colto al volo, e che noi, in Italia, abbiamo il dovere di difendere dalle semplificazioni






































