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A ‘Jazz Open Modena’ Luca Carboni: un fratello che tutti vorremmo. Un cuore che tutti abbiamo.
Di Sofia Guicciardi
Per chi è abituato ad assistere ai grandi concerti di oggi, una cosa emerge quasi subito. Sempre più spesso gli spettacoli vengono costruiti nel minimo dettaglio, attorno a scenografie monumentali, coreografie ed effetti speciali pensati per stupire ad ogni costo. Il concerto di Luca Carboni segue una strada diversa. Anche se la parte visiva è presente, non è la protagonista. Sul palco ci sono le canzoni, una super band affiatata e un modo di raccontarsi che non ha bisogno di tanti artifici. Una scelta che potrebbe sembrare semplice, ma che oggi finisce quasi per essere controcorrente.
Eppure funziona. Anzi, forse è proprio questo uno degli aspetti che colpisce maggiormente. L’attenzione si concentra sulle parole, sulle storie e sui suoni di una band che nel corso degli anni ha costruito un’intesa familiare.
Trovarsi sotto quel palco con gli occhi della Gen Z, come quelli di scrive, significa guardare da vicino un repertorio storico che spesso, per la mia generazione, è legato soprattutto ai ricordi d’infanzia e ai viaggi in macchina con i genitori.
Eppure la percezione va ben oltre il fattore nostalgia. Si tende spesso a considerare questi pezzi come fotografie del passato, ma la realtà è che le parole di Carboni risultano incredibilmente attuali. In un periodo storico segnato da conflitti e divisioni, parlare di amore, umanità, fragilità e del bisogno di stare insieme sembra quasi più necessario e viscerale di allora. La platea di Piazza Roma era lo specchio di tutto questo: un pubblico composto in gran parte da adulti che custodiscono quelle canzoni da anni, legandole ai ricordi di un’epoca in cui, forse, si immaginava un futuro differente, ma anche da ragazzi e bambini capaci di trovare in quelle stesse parole qualcosa che parla direttamente al loro presente.
Ed è proprio guardando la piazza che emerge la figura di Carboni: sul palco non si ha l’impressione di trovarsi davanti a una popstar irraggiungibile. Piuttosto, appare come quel “fratello maggiore” (per me), rimasto fedele a sé stesso e alla sua semplicità, capace di ricordarci che siamo tutti simili e che proviamo le stesse emozioni. In fondo, se lo volessimo, ognuno di noi dentro è proprio come Luca.
Tra i momenti più intensi della serata, la confessione di una promessa fatta a sé stesso durante il periodo buio della malattia: se fosse riuscito a tornare su un palco, avrebbe ricominciato proprio da Primavera, da sempre il suo brano d’apertura e oggi, come pronunciato dallo stesso artista sul palco, il simbolo di una rinascita.
Ad accompagnare Carboni c’è una super band che ormai suona insieme con una naturalezza evidente. L’intesa tra i musicisti si percepisce in ogni brano e contribuisce a creare quell’atmosfera familiare che accompagna l’intera serata. Spiccano oltre a tutti i grandi componenti, i fiati di Andrea Ferrario, capace di catturare l’attenzione con assoli che hanno dato ulteriore carattere e intensità ai brani.
In scaletta alcuni dei pezzi più rappresentativi della carriera del cantautore, da tracce storiche come Ci stiamo sbagliando e Fragole buone buone, passando per Silvia Lo sai e Farfallina, per approdare alla più recente San Luca, senza dimenticare i successi Luca lo stesso e Bologna è una regola.
Dopo un concerto iniziato con toni più raccolti, il finale ha lasciato spazio all’energia del pubblico. Con Mare mare Piazza Roma si è alzata in piedi, avvicinandosi al palco per cantare e saltare fino sotto le casse. Un grande coro continuato anche durante gli ultimi due brani: Vieni a vivere con me e Ci vuole un fisico bestiale.
Alla fine resta l’immagine di una Piazza Roma felice che canta insieme a Luca Carboni, un pubblico diverso per età e storie personali, ma unito dalle stesse canzoni. Un’immagine che racchiude il senso di una serata costruita sulla musica e sulla forza della semplicità.



















































