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Caso Coop, parla la cassiera licenziata: “Io vittima di un raggiro. Non ero complice”
MODENA – Per vent’anni è stata il volto familiare dietro il bancone, quella mano rapida che scansiona prodotti tra un saluto e l’altro. Oggi, quell’ex cassiera della Coop Alleanza 3.0 si ritrova senza lavoro e con una sentenza del Tribunale di Modena che pesa come un macigno: ricorso respinto e licenziamento confermato. Una vicenda che ha sollevato un polverone mediatico in tutta la provincia, finendo perfino sulle pagine del Corriere della Sera. Ma dietro i 30 euro di merce non battuta – uno scolapasta e una pentola wok – si nasconderebbe, secondo la donna, una realtà ben più torbida di quella restituita dalle telecamere di sorveglianza.
«Le telecamere non dicono tutto»
L’ex dipendente, che preferisce mantenere l’anonimato per proteggere quel che resta della sua privacy, non ci sta a passare per la “complice” di un furto banale. «La verità è molto più complessa di un fermo immagine», esordisce con amarezza. Al centro della sua difesa c’è il contesto di quel giorno del 2024: un momento di estrema confusione causato da due clienti “difficili”. «Nessuno ricorda che quelle due donne sono note per creare scompiglio e per i continui tentativi di raggiro che noi cassiere siamo chiamate a sventare quotidianamente», spiega. «C’era un clima di forte agitazione. Sono rimasta vittima di due esperte».
Il giallo dei codici a barre
Il punto nodale della vicenda riguarda proprio i due articoli incriminati. Secondo la ricostruzione della donna, le clienti avevano orchestrato una truffa tecnica: avevano rimosso le etichette originali sostituendole con codici a barre di prodotti dal valore irrisorio.
«Quei codici erano stati manomessi così male che nemmeno durante i controlli successivi il lettore riusciva a leggerli», precisa l’ex cassiera. Ed è qui che la sua versione si fa logica: «Che senso avrebbe avuto per me non passare quegli articoli? Se fossi stata d’accordo con loro, avrei scansionato i codici falsi facendo pagar loro pochi centesimi. Non passarli affatto significava espormi deliberatamente al controllo del vigilante, che infatti è intervenuto subito».
L’amarezza verso l’azienda
Oltre al danno del licenziamento e alla beffa della condanna al pagamento di 1.500 euro di spese legali, resta l’amarezza per il comportamento della Cooperativa. La donna si sente tradita da quella che per due decenni è stata la sua seconda famiglia.
«È paradossale», riflette. «L’azienda si basa su una mia presunta colpa in un momento di caos, finendo di fatto per tutelare le due truffatrici – allontanatesi indisturbate – invece di difendere una propria lavoratrice che stava subendo un raggiro».
La battaglia legale continua
Nonostante il primo round giudiziario sia andato a favore di Coop, la difesa non alza bandiera bianca. L’avvocato Gabriella Cassibba è pronta a dare battaglia: «Rispettiamo la decisione del Tribunale, ma riteniamo che la vicenda meriti un approfondimento ulteriore. C’è una linea sottile tra l’errore esecutivo e il dolo, e in questo caso il contesto ambientale e lo stato di stress della lavoratrice sono elementi che non possono essere ignorati».
La città osserva e si divide: tra chi invoca il rigore delle regole e chi, conoscendo i ritmi frenetici delle casse, vede in questo licenziamento un provvedimento sproporzionato per una carriera lunga vent’anni.







































