Secondo un’indagine statistica realizzata da Gallup, società americana specializzata in sondaggi d’opinione, l’Italia si posiziona al 37° posto su 38 tra i Paesi europei, in merito all’apprezzamento da parte dei lavoratori italiani del proprio lavoro. Secondo gli intervistati in Italia si lavora troppo e male. Solo il 5% dei lavoratori si sentirebbe coinvolto nelle attività svolte.

Gallup ogni anno intervista migliaia di lavoratori di tutto il mondo per capire il loro stato di benessere ed il livello di coinvolgimento in azienda.

Ma perché gli italiani sono così scontenti?

Rabbia e stress

Lo stress determinato da un lavoro poco apprezzato e da scarse leve motivazionali utilizzate dai datori di lavoro, rappresenta il motivo principale del malcontento. Condizione indicata dal 46% degli intervistati.

Mancanza di mobilità e mancanza di ottimismo

La mancanza di possibilità di poter cambiare luogo o tipologia di lavoro rappresenta un altro elemento di sfiducia. Solo il 20% degli italiani infatti ritiene che sia un buon momento per riposizionarsi sul mercato del lavoro. Se la mancanza di ottimismo, e quindi di avere una visione verso il futuro, ci colloca agli ultimi posti della classifica europea, diversa invece è la situazione in alcuni Paesi del Nord Europa. L’ottimismo infatti dilaga tra il 70% dei danesi, il 61% degli islandesi ed il 60% dei lituani. Paesi in cui, ad oggi, il mercato del lavoro offre interessanti opportunità, non solo per i giovani, sia dal punto di vista occupazionale che reddituale.

Sono proprio questi i due fattori che incidono maggiormente sul malcontento dei lavoratori italiani: scarse opportunità occupazionali oltretutto non adeguate al costo della vita, stimato attorno ai 1.500,00 euro al mese a persona.

Federico Orlandini, Senior Business Solutions Consultant presso Gallup, afferma che “un’importante caratteristica dell’economia italiana è la struttura dimensionale delle imprese, con una forte prevalenza di microimprese (fino a 10 lavoratori). Queste aziende, spesso a conduzione familiare, create da imprenditori durante gli anni del Miracolo Economico (anni ’50 e ’60), hanno potuto tenere il passo con la competizione internazionale grazie ai vantaggi dei distretti industriali. Negli ultimi decenni, tuttavia, si sono manifestati in modo molto evidente i limiti di questo modello di sviluppo. Il dato più allarmante è il basso tasso di investimento in capitale umano, in particolare per quanto riguarda formazione e cultura manageriale, che spesso è dettata dall’imprenditore o dai suoi successori. Questa mancanza di investimento può spiegare il perché la produttività della forza lavoro è del tutto insoddisfacente”.

Tornando all’indagine realizzata da Gallup, dalla tabella che segue troviamo tra le prime cinque in classifica la Romania (35%), la Macedonia del Nord (29%), l’Islanda (26%), l’Estonia, l’Albania e la Lituania (25%) e il Kosovo e la Lettonia (24%).

Tabella: il coinvolgimento dei lavoratori in Europa

  Paese Livello di coinvolgimento in %
1 Romania 35
2 Macedonia del Nord 29
3 Islanda 26
4 Estonia 25
5 Albania 25
6 Lituania 25
7 Kosovo 24
8 Lettonia 24
9 Bulgaria 22
10 Bosnia e Erzegovina 21
11 Svezia 21
12 Ungheria 21
13 Montenegro 20
14 Danimarca 20
15 Malta 20
16 Norvegia 20
17 Portogallo 19
18 Cipro 19
19 Serbia 18
20 Slovacchia 17
21 Slovenia 16
22 Croazia 16
23 Germania 16
24 Repubblica Ceca 15
25 Finlandia 14
26 Paesi Bassi 14
27 Polonia 14
28 Grecia 12
29 Irlanda 11
30 Belgio 11
31 Svizzera 11
32 Austria 11
33 Regno Unito 10
34 Lussemburgo 10
35 Spagna 10
36 Francia 7
37 Italia 5
38 Cipro Nord dati non acquisiti

Fonte: Report Gallup 2023 – creato con Datawrapper

 

Un problema non solo italiano

Lo scarso coinvolgimento dei lavoratori e le condizioni di lavoro stressanti non depongono a favore dell’Italia come meta di lavoro prediletta.  Ma non è un problema solo italiano. Nell’elenco troviamo la Francia al 36° posto con il 7%, quindi Spagna, Lussemburgo e Regno Unito con il 10%.

Dati in parte confermati da un’indagine realizzata da InterNations, che ha intervistato gli italiani all’estero, i quali bocciano l’Italia come Paese in cui svolgere la propria attività. Lo “stivale”, secondo i dati di InterNations, è tra i 10 peggiori paesi in cui lavorare. Apprezzata per lo stile di vita, ma non per il mercato del lavoro: l’Italia infatti si piazza al 47° posto in classifica. Fanno peggio di noi solo Sud Africa, Germania, Corea del Sud, Turchia, Norvegia e Kuwait. Mentre sul podio abbiamo Messico, Spagna e Panama.

C’è una domanda che tutti, o quasi, ci stiamo ponendo: com’é possibile che Paesi come la Romania, l’Estonia, l’Albania, la Lituania, il Kosovo e la Bulgaria siano tra i primi dieci nella classifica di Gallup? Com’è possibile che Paesi che hanno vissuto per decenni sotto delle dittature, e che non presentano economie e condizioni sociali così “evolute” possano offrire luoghi di lavoro così apprezzati dai propri lavoratori?

Prendiamo ad esempio la Romania, posizionata al 1° posto della classifica Gallup. Se consideriamo che è uscita da un lungo periodo di governo dittatoriale soltanto di recente, e se consideriamo che è uno dei pochi Paesi dell’ Unione Europea che vanta una crescita economica del 3% l’anno, ed un tasso di disoccupazione generale tra i più bassi d’Europa, e se aggiungiamo che grazie all’ingresso nell’Unione Europea ha ottenuto sovvenzioni e programmi di sostegno per lo sviluppo economico e sociale, è comprensibile che i lavoratori rumeni non possano che apprezzare tale situazione, e quindi guardare al futuro con discreto ottimismo. A prescindere dalle reali condizioni di lavoro.

Rimotivare i lavoratori o rimotivare la società?

“Il nesso fra motivazione e coinvolgimento sul lavoro è evidente. Uno stile manageriale eccessivamente gerarchico e padronale non è più adatto al mondo del lavoro, in particolare nella realtà post-Covid. Inoltre, in Italia – continua Federico Orlandini – il primo paese occidentale ad essere stato colpito dalla pandemia, è stata proprio la flessibilità e l’intraprendenza dei lavoratori a garantire la sopravvivenza di molte realtà aziendali”.

C’è un altro aspetto che va preso in considerazione, (argomento trattato alle pagine 29,30 e 31 nel mio libro  dal titolo Il fossato) a giustificazione dell’insoddisfazione dei lavoratori italiani. Si tratta di un impoverimento del tessuto sociale, che ha portato gli individui ad una corsa inarrestabile verso una sempre maggiore richiesta, per non dire pretesa, di appagamento dei propri bisogni individuali e del proprio posizionamento nella scala sociale, dove l’esaltazione del proprio ego ne fa da padrone, arrivando a creare delle “illusioni morali”, che modificano la percezione della realtà, fino a farci comportare da egoisti”.

“In questo momento, però – conclude Federico Orlandini – assistiamo ad una dinamica interessante che offre una grande opportunità di innovazione: il passaggio generazionale nella direzione di molte aziende. Molte di queste nuove generazioni hanno avuto l’opportunità di studiare, anche all’estero, e stanno cercando di modernizzare e cambiare il modo in cui operano i loro dipendenti. È un momento in cui i datori di lavoro iniziano a capire che devono trattare i dipendenti in modo diverso e concentrarsi maggiormente su di loro, offrendo opportunità di sviluppo”.

E’ bene che i lavoratori italiani riacquisiscano un migliore “ingaggio”, perché, sempre dall’indagine Gallup, risulta che il cosiddetto “disengagement”, ovvero l’insoddisfazione del 95% degli intervistati, costi all’Italia la considerevole cifra di 273 miliardi di euro.